13 Agosto 2026
/ 13.08.2026

Trucchi per recuperare. La seconda vita delle batterie in Giordania 

L'idea, applicata in case, fattorie e seconde abitazioni, è semplice: abbinare batterie di recupero a impianti fotovoltaici, alleggerire le bollette e ridurre gli sprechi

Tra officine di quartiere e startup hi-tech, la Giordania sta inventando risposte concrete alla sfida delle batterie esauste dei veicoli elettrici: dall’uso domestico connesso al solare alla rigenerazione industriale, in attesa di regole, formazione e una filiera ufficiale che rendano sicuro un mercato in piena crescita. 

Nella cantina di una casa di Amman, venti moduli Tesla ricondizionati dialogano con i pannelli sul tetto e alimentano quasi tutti i consumi di una famiglia. Fuori, nella zona industriale di al Bayader, un capannone pieno di cavi e tester dà una seconda chance ai pacchi batteria che hanno già fatto pienamente il loro dovere su strada. 

Una scena tutt’altro che isolata in un Paese dove le immatricolazioni elettriche sono decollate, gli sgravi fiscali hanno trasformato la Giordania in un laboratorio regionale, epperò i redditi sono modesti. Il risultato è una domanda crescente di soluzioni “pratiche” (alla napoletana, si potrebbe dire) per gestire il flusso di batterie ad alto voltaggio che, a fine vita automobilistica, possono conservare fino all’80% della capacità. Abbastanza per un nuovo impiego fuori dal cofano.

Un movimento che parte dal basso

È un movimento che parte dal basso. Titolari di officine e appassionati si sono messi a studiare video online e chiedere aiuto ai propri contatti all’estero. E passo dopo passo sono arrivati a costruire una filiera informale del recupero. Shadi Jameel ha fatto di questa competenza un mestiere: ripara e ribilancia moduli, risolve disconnessioni tra celle, e soprattutto vende pacchi rigenerati per sistemi mobili e stazionari. 

L’idea, applicata in case, fattorie e seconde abitazioni, è semplice: abbinare batterie di recupero a impianti fotovoltaici, alleggerire le bollette e ridurre gli sprechi. In un Paese con circa 150.000 veicoli elettrici in circolazione e la prospettiva di avere entro il 2035 quasi 200.000 batterie esauste, l’officina di quartiere intercetta un bisogno reale.

ExelX, un centro con base ad Amman, usa sistemi di diagnostica e ricarica avanzata per prevenire il degrado, riequilibrare le celle e prolungare il ciclo di vita. Dicono che in tre anni hanno esteso la vita di oltre 500 batterie Tesla. Un pacco rigenerato costa circa il 20% di uno nuovo: per gli automobilisti è un risparmio tangibile, per la rete elettrica una risorsa in più. Se quelle stesse batterie vengono poi destinate a un secondo impiego stazionario, la curva di utilizzo si allunga ancora, con benefici ambientali e sociali.

Il tema sicurezza

“Ho visto e sentito di batterie esauste collegate a impianti solari o ad altre soluzioni energetiche locali, spesso in aziende agricole di famiglia o case per le vacanze in aree semi remote”, spiega Fadwa Dababneh, direttrice del C-Hub della German Jordanian University, nata nel 2024 con il supporto del governo. Ma la natura un po’ troppo informale della maggior parte dei ricondizionamenti di batterie solleva preoccupazioni per la sicurezza. “Questi impianti sono di solito realizzati da lavoratori autonomi o hobbisti, più che da specialisti o aziende che operano formalmente in questo settore”, ha aggiunto. “Proprio perché sono informali, c’è una visibilità limitata su quanto siano diffuse o sicure queste pratiche”. Due esplosioni legate a batterie quest’anno, una in un’officina di riparazioni e l’altra durante il trasporto di una batteria usata, hanno messo in evidenza questi rischi. Sebbene nessuno sia rimasto ferito, le esplosioni hanno spinto il Ministero dell’Ambiente a concentrarsi sull’incombente crisi delle batterie a fine vita.

Il C-Hub sta cercando di mettere in fila i numeri e proporre strumenti: tracciabilità lungo tutto il ciclo di vita, centri di raccolta, standard di sicurezza, incentivi per far emergere l’informale e trasformarlo in impresa. Oggi la filiera ufficiale è lacunosa: le batterie a fine corsa vengono esportate per il riciclo verso Cina e Germania, oppure finiscono in discariche, spesso quelle ordinarie, con rischi di rilascio di metalli pesanti. In mezzo c’è la pratica quotidiana di chi rimette mano ai moduli per farne accumuli domestici. Funziona, ma senza standard, formazione e assicurazioni il rischio non è un dettaglio.

Un alleato della stabilità di rete

Il punto è tutto qui: trasformare una fiorente economia dell’ingegno in una filiera sicura. Perché i vantaggi non si limitano alle bollette più leggere e alla riduzione dei rifiuti pericolosi: l’accumulo distribuito è un alleato della stabilità di rete, proprio mentre la Giordania si è data l’obiettivo di produrre metà dell’elettricità da rinnovabili entro il 2030, contro circa il 29% di oggi. Un parco di batterie di seconda vita che assorbe il fotovoltaico di giorno e lo restituisce la sera aiuta a gestire i picchi e a ridurre l’uso di generazione fossile.

La pratica, intanto, affina i metodi. Nelle case e nelle aziende che adottano sistemi artigianali o semi-professionali si standardizzano accortezze: selezione e test dei moduli, integrazione con sistemi di gestione della batteria affidabili, inverter adeguati, protezioni elettriche e ventilazione. Nelle officine che rigenerano si diffondono protocolli minimi di prova e bilanciamento, mentre i clienti imparano che non tutte le batterie sono uguali, e che la differenza tra un accumulo che dura anni e uno che cede presto sta in dettagli che non si improvvisano. Sul versante industriale, la rigenerazione programmata prolunga i pacchi per l’uso a bordo e, a valle, li instrada verso un secondo impiego stazionario più prevedibile, con contratti e garanzie.

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