Quando nel 2006 l’Unione europea vietò l’uso degli antibiotici come promotori della crescita negli allevamenti, sembrò una svolta epocale. Vent’anni dopo, il problema non solo non è risolto, ma su scala mondiale rischia di aggravarsi in modo significativo. A dirlo è uno studio condotto dalla FAO e pubblicato su Nature Communications: senza interventi mirati, l’uso di antibiotici negli allevamenti mondiali potrebbe crescere del 30% entro il 2040, raggiungendo oltre 140 mila tonnellate l’anno.
I numeri di partenza sono già significativi. Nel 2019, anno di riferimento dello studio, gli allevamenti globali hanno consumato circa 110.800 tonnellate di antibiotici. Lo scenario tendenziale proiettato dai ricercatori della FAO porta questa cifra a 131 mila tonnellate nel 2030 e a oltre 143 mila nel 2040. La variazione rispetto alla base di partenza sarebbe rispettivamente del 19% e del 29,5%.
L’Asia in testa
Le differenze geografiche sono marcate. L’Asia, Cina in testa, rimarrà di gran lunga la principale area di consumo, con una quota che si aggira attorno ai due terzi del totale mondiale. Ma è l’Africa a far registrare la crescita più rapida, con un incremento stimato del 40,8% tra il 2019 e il 2040, trainato dall’espansione della produzione zootecnica per rispondere alla domanda alimentare di una popolazione in forte crescita. Nord America ed Europa, al contrario, si attestano su variazioni minime.
Il messaggio dei ricercatori è che il nodo non è solo sanitario o normativo, ma produttivo: allevamenti più efficienti, con animali più sani e meno soggetti a stress da sovraffollamento, usano naturalmente meno farmaci. Lo studio stima che, ottimizzando la produttività del settore zootecnico, l’uso di antibiotici potrebbe calare fino a circa 62 mila tonnellate nel 2040: una riduzione del 57% rispetto allo scenario base. Un obiettivo ambizioso, ma tecnicamente raggiungibile secondo i modelli elaborati dalla FAO, a patto di investire in prevenzione delle malattie, sistemi di sorveglianza e innovazione nella gestione degli allevamenti.
Un milione di morti l’anno
Il tema si intreccia con uno dei più grandi rischi sanitari del secolo: la resistenza antimicrobica, nota con l’acronimo AMR. Ogni volta che un animale viene trattato con un antibiotico, i batteri presenti nell’organismo subiscono una pressione selettiva che favorisce la sopravvivenza dei ceppi resistenti. Questi batteri possono poi diffondersi nell’ambiente, nella catena alimentare, nel suolo e nelle acque, raggiungendo infine l’uomo. Uno studio pubblicato su The Lancet nel 2024 stima che l’antibiotico-resistenza abbia causato almeno un milione di morti all’anno nel mondo a partire dal 1990, con proiezioni che parlano di oltre 39 milioni di decessi tra il 2026 e il 2050.
In Europa la situazione è per molti versi più incoraggiante. L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha registrato un calo del 25% nelle vendite di antibiotici veterinari tra il 2018 e il 2023: da 118 a 88 milligrammi per chilogrammo di massa animale stimata. Un segnale positivo, che avvicina l’obiettivo della strategia Farm to Fork di dimezzare le vendite entro il 2030. Il rapporto congiunto EFSA-ECDC, pubblicato all’inizio del 2026, conferma progressi concreti in diversi Paesi membri, con una riduzione di alcune resistenze batteriche negli allevamenti e un rafforzamento della sorveglianza integrata secondo l’approccio One Health.
Più antibiotici per gli animali che per gli esseri umani
Ma il quadro europeo non è uniforme. Nei ceppi di Campylobacter isolati dagli animali i livelli di resistenza alla ciprofloxacina sono talmente elevati da aver reso questo antibiotico di fatto non più raccomandato per il trattamento delle infezioni umane. E nei dati più recenti alcuni indicatori chiave segnalano un rallentamento dei miglioramenti registrati negli anni precedenti. L’Italia presenta criticità specifiche. Con 105 milligrammi di antibiotici venduti per chilogrammo di massa animale, il nostro Paese è secondo in Europa solo a Cipro. Terzo per volumi assoluti di vendita, dopo Spagna e Polonia, nonostante la zootecnia italiana sia solo la quinta per peso complessivo nel continente. Secondo l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA), nel 2023 le quantità consumate nei due settori erano quasi sovrapponibili: 651 tonnellate per uso veterinario, 597 per uso umano.
