8 Giugno 2026
/ 8.06.2026

Vent’anni di Bilotti, il museo che vive nel cuore di Villa Borghese

Il 12 giugno l’Aranciera di Villa Borghese festeggia l’anniversario con ingresso gratuito e una giornata di eventi. Una collezione nata dalla generosità di un mecenate e rimasta incompiuta, ma capace di tenere viva un’idea di museo aperto alla città

Venerdì 12 giugno il museo Carlo Bilotti compie vent’anni e li festeggia come si conviene a un’istituzione che ha fatto dell’apertura la propria vocazione: ingresso gratuito per tutta la giornata, apertura prolungata fino alle 21, un programma che mescola arte, musica e fotografia. Alle 11 è in programma la visita guidata a Lanterne magiche, la mostra di fotografie dalla collezione di Valerio De Paolis, con la curatrice Alessandra Mauro, Roberto Koch e Suleima Autore. Nel pomeriggio la Sala Giorgio de Chirico si trasforma in sala da concerto: dalle 18.30 Singing landscapes per basso e chitarra, alle 19.15 colonne sonore per pianoforte e flauto.

La mostra fotografica è di per sé un evento: oltre cento immagini dalla raccolta De Paolis, con nomi che segnano la storia della fotografia mondiale: da Nobuyoshi Araki a Letizia Battaglia, da Henri Cartier-Bresson a Luigi Ghirri e Mimmo Jodice. Un percorso che dialoga bene con la vocazione del museo, da sempre attento alle contaminazioni tra linguaggi e generazioni.

Una donazione, un’utopia

Il museo nasce il 10 maggio 2006 dalla donazione di Carlo Bilotti, imprenditore e collezionista italoamericano che scelse l’Aranciera di Villa Borghese come sede permanente di una parte della propria raccolta. La collezione è un ritratto fedele del suo gusto e delle sue amicizie: un ricco nucleo di Giorgio de Chirico, opere di Gino Severini, Andy Warhol, Larry Rivers, Giacomo Manzù, Mimmo Rotella, Pietro Consagra. Non collezionismo come accumulo, ma come relazione: con gli artisti, con la città, con il pubblico.

Bilotti non fece in tempo a vedere il museo crescere: morì il 17 novembre dello stesso anno dell’inaugurazione. Il nipote Roberto ricorda un progetto più grande, rimasto in sospeso: quindici Picasso cubisti, opere di Marc Chagall e Joan Miró, e pezzi commissionati direttamente, tra cui la serie in cui Warhol reinterpretava i de Chirico della collezione di famiglia. La raccolta maggiore è oggi custodita in un trust tra New York, Zurigo e Londra. Quella romana è il nucleo superstite di un’utopia concreta.

Vent’anni di storia

Nonostante l’incompiutezza strutturale, in vent’anni il Bilotti ha costruito un proprio racconto espositivo di tutto rispetto. Damien Hirst, David Salle e Jenny Saville nel 2006; Philip Guston e Carla Accardi nel 2010; Giacomo Balla nel 2018–2019; Alberto Burri nel 2019. Un programma che ha mantenuto fede all’ambizione originaria del fondatore, quella di “far conoscere gli artisti internazionali a Roma”, e che ha saputo costruire legami con le accademie straniere presenti in città, con la Casa del Cinema, con le scuole.

Oggi la sfida è trasformare quella vocazione in progetto più strutturato: fare del Bilotti non solo un contenitore di opere, ma una soglia attiva tra la collezione permanente, il verde di Villa Borghese, la memoria internazionale e le energie artistiche della città. Vent’anni sono un traguardo. Ma, soprattutto, un punto di partenza.

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