Erano le nove di domenica 14 giugno quando un uomo di 68 anni, a San Vito al Tagliamento, è uscito di casa per la sua consueta corsa mattutina. Il percorso lo ha portato lungo le strade sterrate di Rosa Vecchia, accanto all’area golenale del Tagliamento. Campagna aperta, grandi alberi e campi coltivati, un posto dove la quiete domenicale è di solito garantita.
Di solito ma non domenica 14 giugno. Domenica 14 giugno era in corso una sessione di addestramento cinofilo con sparo. Un cacciatore di 49 anni, regolarmente iscritto alla Zona Cinofila Sanvitese, partecipava all’esercitazione con il suo cane da ferma nel campo. A un certo punto ha imbracciato il fucile per abbattere una quaglia libera nel campo. Ma ha sbagliato la quaglia e ha preso un runner. La rosa di pallini è uscita infatti dal perimetro della struttura e ha raggiunto chi aveva dedicato liinizio della mattina a provare a migliorare la forma, senza immaginare che liavrebbe peggiorata all’improvviso. Cinque pallini lo hanno colpito: ferite superficiali al braccio destro e al volto, ma uno dei proiettili si è fermato pericolosamente vicino alliocchio destro.
Come è potuto succedere? Secondo quanto riferito dal presidente di Federcaccia San Vito, Renato Monestier, che è anche direttore della riserva e gestore della zona cinofila, il runner si trovava dietro a uno degli alberi imponenti che punteggiano l’area: “Quando il cacciatore stava sparando, il podista era nascosto da una pianta, per questo non è stato visto”. Una spiegazione che più tranquillizzare allarma.
Anche perché da una prima ispezione, tutto è risultato a posto. L’area segnalata con cartelli, il regolamento esposto all’ingresso, il fucile del cacciatore registrato, l’attività di addestramento autorizzata. Eppure tutto questo non ha impedito che un colpo uscisse dal campo e colpisse un passante. Il problema dunque non è l’illegalità: il problema è il rischio strutturale insito nell’idea di sparare con un fucile in un territorio che non è e non può essere realmente chiuso.
I numeri di una stagione: 46 incidenti, 13 estranei colpiti
Del resto non tranquillizzante è anche il bilancio della stagione venatoria 2025–2026. È vero che l’università di Urbino, che ogni anno stila il rapporto ufficiale sugli incidenti venatori, ha contato 45 episodi tra il 1° settembre 2025 e il 31 gennaio 2026, con 8 morti, in calo rispetto ai 62 incidenti e ai 14 morti della stagione precedente.
Ma è anche vero che il dossier dell’Associazione Vittime della Caccia (AVC) offre una lettura diversa degli stessi fenomeni. L’associazione conta 46 incidentie sottolinea una sproporzione che i dati aggregati tendono a nascondere: a fronte di 33 cacciatori rimasti vittime di se stessi o di colleghi, si registrano ben 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria. Tredici persone che non stavano cacciando, che non avevano scelto di esporsi al rischio di un’arma da fuoco, e che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Escursionisti, residenti, podisti. L’AVC definisce questo dato “particolarmente allarmante” e rimarca come la tendenza a coinvolgere non cacciatori sia in aumento rispetto alle stagioni precedenti.
Stagione chiusa, pericoli aperti
Oltretutto c’è un dettaglio cronologico che amplifica la portata dell’incidente friulano: il 14 giugno non è un giorno di caccia. La stagione venatoria in Italia si apre tradizionalmente a settembre e si chiude a gennaio o febbraio, a seconda della specie e della Regione. In giugno il territorio dovrebbe essere, nella percezione comune, libero da armi e da rischi connessi. Eppure le ZAC funzionano tutto l’anno, e l’addestramento con sparo è consentito anche in piena estate. Chi va a correre in una domenica mattina di giugno, lungo le rive del Tagliamento, non pensa di doversi preoccupare dei pallini. Ma i pallini possono sorprenderlo senza preavviso.
Il caso di San Vito al Tagliamento rilancia dunque domande concrete: le distanze minime previste dalla legge per le ZAC sono ancora adeguate alla densità di utilizzo del territorio? I sistemi di segnalazione e i perimetri fisici delle aree di sparo sono sufficienti? È opportuno consentire il tiro con pallini in aree adiacenti a strade pubbliche percorse da podisti, ciclisti e famiglie in passeggiata?
Il podista di San Vito al Tagliamento è stato dimesso dall’ospedale di Pordenone senza danni permanenti, anche se è andato molto vicino a perdere un occhio. Un esito che la cronaca registra come fortunato, e che in effetti lo è. Ma c’è qualcosa di stonato nell’uso del termine “fortuna” in un contesto in cui non si dovrebbe fare affidamento sulla fortuna per garantire l’incolumità pubblica.
