17 Giugno 2026
/ 17.06.2026

Social e minori, il mondo si muove: e l’Italia?

Il Regno Unito vieterà l’accesso ai social media agli under 16 a partire dal 2027. Lo ha annunciato il premier Keir Starmer, seguendo la strada aperta dall’Australia a dicembre 2025. Mentre 14 Paesi nel mondo si muovono nella stessa direzione, in Italia un disegno di legge bipartisan è fermo in Senato da otto mesi

Il 15 giugno 2026, parlando da Downing Street, il premier laburista britannico Keir Starmer ha annunciato il divieto assoluto di accesso ai social media per tutti i minori di 16 anni. La misura dovrà essere approvata entro Natale e diventare effettiva nei primi mesi del 2027. Ad essere coinvolte saranno le principali piattaforme – Instagram, TikTok, Snapchat, Facebook, YouTube e X – mentre i servizi di messaggistica istantanea come WhatsApp resteranno accessibili. “Non sono disposto a restare a guardare quando la sicurezza e la felicità dei nostri figli sono in gioco”, ha dichiarato Starmer.

Il governo britannico aveva già condotto, nei mesi precedenti, un test di tre mesi per valutare l’efficacia di possibili misure restrittive, e aveva annunciato l’intenzione di introdurre un “coprifuoco digitale notturno” per gli under 18 dopo le 20.30 e un limite minimo di 18 anni per l’accesso ai chatbot con funzioni di simulazione romantica o erotica.

L’onda partita dall’Australia

Londra non è che l’ultimo anello di una catena. Il 10 dicembre 2025, l’Australia era diventata il primo Paese al mondo a vietare con una legge stringente l’accesso ai social ai minori di 16 anni. La norma impone alle piattaforme di adottare sistemi di verifica dell’età basati su biometria o documenti, pena sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani. In soli trenta giorni dall’entrata in vigore, il regolatore di Internet del Paese aveva già rimosso 4,7 milioni di account di under 16.

Da allora, secondo il sito “Punto Informatico”, sono 14 i Paesi che stanno vietando o valutando il divieto dei social per i minori. Oltre al Regno Unito, il Canada si appresta a discutere il “Safe Social Media Act“; la Francia ha approvato a gennaio 2026 un disegno di legge che vieta i social sotto i 15 anni; la Grecia ha fissato la soglia a 15 anni. Anche Norvegia, Brasile, Austria, Germania, Spagna, Portogallo e Danimarca stanno percorrendo la stessa strada. A livello europeo, il Parlamento ha votato con 483 voti favorevoli per fissare a 16 anni l’età minima di accesso, anche se la risoluzione non ha valore vincolante.

Perché questa stretta

Le motivazioni alla base di questi provvedimenti convergono su tre fronti: la salute mentale degli adolescenti, la dipendenza generata dagli algoritmi e i rischi del cyberbullismo. I fautori delle leggi restrittive, da Starmer alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, parlano di algoritmi che “sfruttano le vulnerabilità dei bambini con l’esplicito scopo di creare dipendenze”. Il meccanismo dello scorrimento infinito è indicato come uno dei principali imputati.

Non mancano le voci critiche. Le grandi piattaforme tecnologiche hanno reagito con forza all’annuncio britannico: un portavoce di YouTube ha sottolineato il rischio che i divieti spingano i ragazzi verso angoli meno controllati e più pericolosi del web. Alcuni esperti sollevano poi il tema della privacy: i sistemi di verifica dell’età basati su biometria o documenti pongono problemi seri sulla raccolta e la conservazione dei dati personali.

L’Italia: tante proposte, poca azione

Nel confronto internazionale, l’Italia appare in ritardo. La normativa attuale – il decreto legislativo 101/2018 – fissa a 14 anni l’età minima per l’iscrizione ai social, ma si affida all’autodichiarazione dell’utente, uno strumento che chiunque può aggirare con un click.

Il disegno di legge bipartisan più avanzato, firmato dalla senatrice Lavinia Mennuni di Fratelli d’Italia con 22 cofirmatari e il sostegno delle opposizioni, è fermo all’ottava commissione permanente del Senato dall’ottobre 2025: oltre otto mesi di stallo. Il testo prevede il divieto di attivazione di account social sotto i 15 anni, la verifica dell’età tramite un sistema analogo a un mini-portafoglio digitale nazionale e la nullità dei contratti stipulati da under 15. Parallelamente, la Lega ha proposto una propria legge con soglia a 14 anni, che consentirebbe ai ragazzi fra 14 e 16 anni di iscriversi solo con l’autorizzazione dei genitori. Il ministro dell’Istruzione Valditara ha a sua volta annunciato un progetto per vietare i social sotto i 15 anni, ma senza che l’iniziativa si sia tradotta in un testo concreto.

Questa settimana è prevista la ripresa dell’iter parlamentare, anche sotto la spinta dell’annuncio britannico e della class action promossa dal MOIGE che chiede risarcimenti a Meta per il mancato rispetto dei divieti sull’iscrizione dei minori. Il Codacons ha già chiesto al governo di seguire l’esempio di Londra.

Il nodo della verifica dell’età

Al di là delle soglie di età, il problema centrale resta quello della verifica: come accertare davvero l’età di chi si iscrive? “Chiedere quanti anni hai non è sufficiente”, ha riconosciuto la stessa senatrice Mennuni. L’Australia ha sperimentato sistemi di biometria facciale e strumenti decentralizzati che evitano la conservazione dei dati identificativi completi. L’Unione europea punta sul portafoglio digitale europeo, che dovrebbe essere operativo entro il 2026 e permettere di certificare l’età senza rivelare ulteriori informazioni personali. In Italia, una proposta analoga è inclusa nel disegno di legge Mennuni, ma resta ancora sulla carta.

L’esperienza australiana, dopo sei mesi dall’entrata in vigore, mostra risultati ancora parziali: alcuni account di minori risultano ancora attivi. Il regolatore ha riconosciuto che è “troppo presto” per un bilancio definitivo, ma ha sottolineato che il successo di queste leggi non si misura nell’azzeramento delle violazioni, bensì nella riduzione dei danni e nel cambiamento delle norme culturali.

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