14 Agosto 2026
/ 14.08.2026

“Eco-ansia”: quando nominare il sentimento sposta il problema

Quando una risposta emotiva razionale a un rischio reale viene etichettata come "ansia", il frame cambia: si sposta dall’arena della politica a quella della clinica. In questo frame, la persona preoccupata per il clima non sta rispondendo a dati scientifici: sta soffrendo di un disturbo

Nel 2021, uno studio condotto da Hickman e colleghi su 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi, pubblicato su The Lancet Planetary Health, documentava che il 75% considerava il futuro “spaventoso” e che la risposta emotiva al clima era “razionale e non implica malattia mentale”. L’ICD-11 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, entrato in vigore nel 2022, non include l’eco-ansia come diagnosi autonoma. Nel dibattito pubblico, il termine viene spesso usato in modo diverso: per descrivere una condizione psicologica da trattare, non una risposta razionale da ascoltare.

Il termine “eco-ansia” compare per la prima volta in un documento istituzionale nel rapporto 2017 dell’American Psychological Association (APA) sui rischi per la salute mentale legati al cambiamento climatico. La definizione operativa nell’ambito della salute mentale è: la preoccupazione cronica per la sorte dell’ambiente e per le conseguenze del cambiamento climatico. La letteratura scientifica distingue due configurazioni. Nella prima, l’eco-ansia è una risposta adattiva: un segnale emotivo proporzionato a una minaccia reale e documentata, che può motivare l’azione. Nella seconda, si trasforma in un disturbo clinico: stati d’ansia persistenti e paralizzanti che richiedono supporto terapeutico. Le due configurazioni sono reali. Non sono la stessa cosa.

La distinzione diventa problematica nel secondo contesto d’uso. Quando una risposta emotiva razionale a un rischio reale viene etichettata come “ansia”, il frame cambia: si sposta dall’arena della politica a quella della clinica. In questo frame, la persona preoccupata per il clima non sta rispondendo a dati scientifici: sta soffrendo di un disturbo. La risposta appropriata non è agire sulle cause che generano la preoccupazione, ma offrire strumenti psicologici per gestirla. Hickman et al. (2021) documentano che i giovani intervistati considerano l’azione governativa insufficiente la causa principale della propria angoscia climatica, non una reazione sproporzionata alla situazione. Trattare la risposta come disturbo non cambia la situazione che la genera.

Un termostato che segnala che la temperatura della stanza ha superato i 40 °C sta svolgendo la funzione per cui è stato progettato. Sostituirlo con uno che non segnala il surriscaldamento risolve il problema visibile: il segnale scompare. Il calore no. Trattare l’eco-ansia come un disturbo da attenuare senza affrontare ciò che la genera è un comportamento che ha la stessa struttura: il segnale viene silenziato, la causa resta.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità affronta la salute mentale legata al clima nel contesto della risposta all’emergenza climatica: i rapporti OMS riconoscono le conseguenze psicologiche come un effetto diretto del riscaldamento globale, accanto alle morti per caldo, alle malattie infettive e alle perdite economiche. L’approccio istituzionale non è clinicizzare la preoccupazione per il clima, ma agire sulle sue cause. In Italia, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC 2023) riconosce gli impatti del cambiamento climatico sulla salute umana tra i settori di rischio da affrontare con misure specifiche, senza trattare l’eco-ansia come una diagnosi clinica separata dalle condizioni che la producono.

Nel dibattito pubblico italiano, “eco-ansia” compare in due contesti diversi. Nel primo, descrive con precisione la condizione di chi ha bisogno di supporto terapeutico per gestire una risposta diventata clinicamente rilevante. Nel secondo, viene usata per descrivere l’intera risposta emotiva dei giovani al cambiamento climatico, inclusa quella razionale e proporzionata, come se il problema fosse il sentimento piuttosto che la situazione che lo genera. In quest’uso, l’attenzione si sposta dalla legittimità delle preoccupazioni alla stabilità psicologica di chi le esprime. Il contenuto delle richieste non viene discusso: viene descritta la condizione di chi le avanza.

Va riconosciuto che la distinzione tra risposta adattiva e disturbo clinico non è sempre netta. Esistono casi documentati in cui l’eco-ansia si manifesta in stati clinicamente rilevanti: attacchi di panico, insonnia, difficoltà funzionali quotidiane. In questi casi, il supporto psicologico è appropriato e necessario. Il problema documentato non è che il supporto psicologico sia sbagliato: è che il termine viene usato in modo indifferenziato, applicato sia alle risposte adattive sia ai disturbi clinici, rendendo difficile distinguere tra chi ha bisogno di terapia e chi ha bisogno che le proprie preoccupazioni vengano prese sul serio come segnale.

Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Eco-ansia” aggiunge un meccanismo nuovo: non una parola tecnica che perde precisione nel passaggio al linguaggio comune, ma un termine con due usi distinti e legittimi (risposta adattiva / disturbo clinico) che nella comunicazione pubblica viene applicato in modo indifferenziato, spostando la risposta razionale al rischio dal dominio dell’azione politica a quello della cura individuale.

La prossima volta che leggete “eco-ansia” in un articolo o in un comunicato, la domanda da farsi è una: la parola descrive un disturbo clinico che richiede supporto terapeutico, o descrive una risposta razionale al cambiamento climatico che richiede azione sulle cause? La risposta cambia chi deve intervenire e con cosa.

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