29 Giugno 2026
/ 29.06.2026

Fa caldo? Non diciamo perché

Tendiamo a considerare la sicurezza un diritto innato, ma siamo ciechi di fronte alla maggiore minaccia per la nostra sicurezza. Perché rimuoviamo la causa del problema

Abbiamo, nei Paesi di quello che veniva definito Occidente, un’idea strana della sicurezza. La pretendiamo come diritto innato, fatichiamo ad accettare l’idea che una percentuale di rischio sia insita nell’esistenza umana. E dunque trasformiamo l’idea di sicurezza da calcolo filosofico-scientifico in dogma di fede civica. Eppure restiamo ciechi di fronte alla minaccia maggiore, quella di una mutazione radicale che renda molto difficile la sopravvivenza su questo Pianeta di 8 miliardi di esseri umani a causa della crescita di siccità, alluvioni, interruzioni dei sistemi produttivi e tensioni che tendono a sfociare in guerre.

In nessun altro campo dell’analisi scientifica è in atto una rimozione analoga a quella che colpisce il lavoro dei climatologi. La comunità scientifica è arrivata ad analizzare e comprendere, in mezzo secolo di paziente impegno, le dinamiche di un sistema complesso, quello atmosferico, stressato dall’immissione forzata e crescente (ancora oggi crescente) di gas serra. In questo lungo periodo ha prodotto decine di migliaia di pagine di rapporti in cui si prevedevano le conseguenze dell’aumento di concentrazione di questi gas, a cominciare dalla CO2 e dal metano.

Quello che vediamo in questi giorni non è altro che una pagina del futuro che i climatologi avevano previsto. Non la peggiore. Corrisponde a un aumento della temperatura che attualmente viaggia globalmente attorno a un grado e mezzo di aumento della temperatura rispetto all’inizio dell’era industriale (circa la metà del riscaldamento previsto con il trend attuale).

Trump e i suoi numerosi emuli italiani direbbero che con un grado e mezzo in più si risparmia sul riscaldamento delle case e che qualche giorno in più al mare fra girare meglio il turismo. La realtà è un po’ diversa. L’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) ha prudentemente calcolato che dal 21 giugno sono stati registrati più di 1.300 morti in eccesso legate alle alte temperature in Europa. Ma secondo uno studio pubblicato dall’Economist basato sul “modello Masselot” della London School of Hygiene, solo tra il 24 e il 26 giugno il caldo estremo potrebbe aver causato circa 12.000 decessi in eccesso in tutta Europa.

L’Italia è tra i Paesi più esposti al rischio climatico. Il 28 giugno nessuna delle 27 città italiane monitorate dal ministero della Salute nell’ambito del Piano nazionale di prevenzione degli effetti del caldo sulla salute risultava in buone condizioni: 18 erano con un bollino rosso (livello 3, emergenza) e 6 con uno arancione. Al pronto soccorso pediatrico del Bambino Gesù di Roma, un accesso su quattro era attribuibile alle alte temperature.

Ovviamente gli effetti di questa situazione sull’economia sono pesanti. Da un’analisi di Italy for climate risulta che in Europa i danni climatici tra il 1980 e il 2025 ammontano a 812 miliardi di euro. Ma l’aspetto più preoccupante è che, di questi 812 miliardi, oltre 200 miliardi, più di un quarto del totale, si concentrano negli ultimi quattro anni. L’escalation è evidente.

Come è evidente la portata del rischio climatico. Eppure quasi tutte le parole che vengono spese a commento di questi eventi evita di nominare la causa del problema: l’uso dissennato dei combustibili fossili e la deforestazione. Un atteggiamento coerente con la rimozione trumpiana del problema e con lo sforzo, che vede l’Italia in prima fila, di rallentare la transizione ecologica che rappresenta la cura del problema.

Abbiamo regole sempre più stringenti sui rischi minimi ma continuiamo a non agire di fronte al rischio maggiore. Come direbbe Trump: fa caldo? Compratevi un ventilatore.

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