Dalla Marmolada alle città. Il 3 luglio 2022, esattamente quattro anni fa, un enorme seracco del ghiacciaio di Punta Rocca, sulla Marmolada, si staccò improvvisamente precipitando sugli alpinisti che si trovavano lungo la via normale verso Punta Penia: 11 vittime e diversi feriti. Già in quell’estatesulla cima della Marmolada il termometro non riusciva ascendere sotto lo zero termico.
Oggi il caldo dopato dalla crisi climatica colpisce le città. E il conteggio dei morti sale. I picchi di temperature estreme costano all’Europa decine di migliaia di morti l’anno, il rallentamento delle attività produttive, l’instabilità delle forniture elettriche.
L’elenco dei disastri climatici, piccoli e grandi, si continua ad allungare. E in genere è di questo che si nutrono le cronache cercando di mettere in fila i problemi per trovare le soluzioni. Ora però è arrivato il momento di prendere atto che questo approccio non basta più. È stato utile e necessario per i lunghi decenni che hanno portato all’alfabetizzazione di massa sulla questione climatica.
Oggi la consapevolezza del rischio è diffusa perché ognuno di noi la legge nelle difficoltà quotidiane. Crescono i momenti in cui anche respirare diventa pesante e c’è bisogno dell’aria artificiale, come se vivessimo in un Pianeta che non ci appartiene. Crescono le bollette, a ricordarci che le centrali alimentate con i fossili sono una zavorra per la salute e per l’economia. Crescono i ricoveri nelle postazioni di pronto soccorso indebolite dai tagli progressivi alla sanità pubblica.
Oggi sappiamo quello che ci sta accadendo. E sappiamo perché ci sta accadendo. La comunità scientifica lo ha documentato e raccontato in maniera inequivocabile. Se prendiamo una penna in mano e apriamo le dita la penna cade per la legge di gravità. Se continuiamo a far crescere la concentrazione di gas serra in atmosfera il pianeta si riscalda per effetto dei fenomeni fisici studiati già da Svante Arrhenius, che nel 1896 calcolò le conseguenze di un raddoppio della CO2 atmosferica avvicinandosi molto alle valutazioni attuali.
Quello che non sappiamo – o che non viene dichiarato ufficialmente – è perché non agiamo.
E allora, se vogliamo essere onesti, dobbiamo dire che l’inazione è l’area da indagare. La notizia, cioè l’elemento imprevisto che attira l’attenzione di chi ascolta, non è l’elenco dei guai climatici che accadono – previsti da 130 anni e ormai scontati – ma l’elenco degli atti politici che li causano. Le migliaia di miliardi di euro che ogni anno vanno a sostenere i combustibili fossili e a riparare i danni che producono. Il ritardo dei governi (come quello italiano) che negano ai loro cittadini un piano di azione climatica efficace. La beffa che si aggiunge al danno quando persone che rappresentano i vertici dello Stato irridono la questione climatica e di conseguenza le sue vittime: mentre l’Oms conta gli anziani, i bambini, le persone fragili e i lavoratori esposti che muoiono di stress termico, sentire al Senato battute sul fatto che i Caraibi in casa non sono poi così male aumenta il distacco dalle istituzioni.
Non va però dimenticato che un’altra politica esiste. È la politica che fanno le associazioni che si battono per organizzare forme di resistenza climatica e per aiutare chi è in difficoltà. È la politica che fanno gli amministratori che difendono il verde nelle loro città, danno spazio alle comunità energetiche rinnovabili, sostengono l’agricoltura biologica e biodinamica che aiuta l’ambiente invece di danneggiarlo.
Anche loro – i resistenti climatici – sono una notizia perché sopravvivono e provano a crescere in un Pianeta politico ostile, dominato dalle lobby della vecchia economia.
Le buone notizie esistono. Bisogna dargli più spazio.
