3 Luglio 2026
/ 3.07.2026

Così l’invecchiamento precoce spiega l’aumento dei tumori tra i giovani

Uno studio pubblicato su Nature spiega che chi è nato negli anni ‘60 e ‘70 invecchia biologicamente più in fretta rispetto ai nati negli anni '50. Questo scarto tra età anagrafica ed età biologica si traduce in un rischio più alto di tumore diagnosticati prima dei 55 anni

Da almeno trent’anni le statistiche oncologiche raccontano una storia che procede in controtendenza rispetto a quanto ci si aspetterebbe da un sistema sanitario sempre più efficiente ed aggiornato: i tumori insorti in età precoce, quindi prima dei 50 anni, sono in costante aumento. Tra il 1990 e il 2019 le diagnosi di tumore tra gli under 50 sono cresciute a livello globale del 24%. Per l’insorgenza di alcuni tipi di neoplasia, come quelli che colpiscono il colon-retto, i nati negli anni ’90 presentano un rischio almeno quadruplo rispetto a chi è nato negli anni ’60, in Paesi come Australia, Canada, Regno Unito e Stati Uniti.

Lo studio guidato da Ruiyi Tian e Yin Cao, del Washington University School of Medicine di St. Louis, e pubblicato su Nature Medicine, prova a spiegare perché. Il corpo delle generazioni più recenti sembra invecchiare biologicamente in modo più rapido di quanto suggerisca la loro anagrafica e questo scarto è collegato a un rischio più alto di ammalarsi di tumore in giovane età.

Cosa significa “età biologica” e come si misura

I ricercatori hanno analizzato i campioni di sangue di 154.169 persone under 55 iscritte alla UK Biobank, una grande banca dati biomedica britannica, e ne hanno calcolato l’età biologica con PhenoAge, un algoritmo che stima quanto è “usurato” il corpo analizzando nove parametri del sangue come creatinina, glucosio e proteina C-reattiva.

La differenza tra età biologica ed età reale viene chiamata age gap: più è ampio questo scarto e più il corpo manifesta segni di usura superiori a quelli attesi per quell’età. Il dato più significativo riguarda proprio l’andamento generazionale: confrontando chi è nato tra il 1965 e il 1974 con chi è nato tra il 1950 e il 1954, gli autori registrano un age gap standardizzato più alto del 23%. Le donne, in particolare, partono da un age gap più basso rispetto agli uomini, ma nel tempo lo vedono crescere più rapidamente, tanto da avvicinarsi ai livelli maschili nelle generazioni più recenti.

Le stesse tendenze sono state confermate, su un campione più contenuto (10.262 persone), nell’All of Us Research Program, un progetto di ricerca biomedica del governo statunitense che raccoglie dati sanitari e campioni biologici da oltre 450.000 adulti americani.

Non è solo questione di geni

Il punto centrale, per gli autori, è che l’age gap non è semplicemente il riflesso di una predisposizione scritta nel DNA, ma sembra dipendere da qualcosa legato agli stili di vita e alle esposizioni ambientali accumulate nel corso della vita. Lo studio cita esplicitamente fattori come l’obesità precoce, la scarsa qualità della dieta, la sedentarietà prolungata, l’esposizione a inquinanti atmosferici e a sostanze chimiche pervasive, oltre alla compromissione dei ritmi circadiani, come possibili motori di questo invecchiamento accelerato nelle generazioni più recenti.

Un dato da maneggiare con cautela

Gli stessi ricercatori segnalano, parallelamente, i limiti del lavoro: è uno studio osservazionale e riguarda popolazioni di Regno Unito e Stati Uniti, quindi non necessariamente generalizzabile altrove. Resta però un tassello importante in un puzzle che l’oncologia sta cercando di ricomporre da anni: capire perché, in un momento storico di prevenzione più diffusa, sempre più persone si ammalano di tumore prima dei 50 anni.

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