25 Agosto 2026
/ 25.08.2026

A Ulaanbaatar il mondo prova a fermare il deserto che avanza

Alla Cop17 dell’Unccd, in Mongolia, 197 Paesi discutono di un problema che riguarda tre miliardi e mezzo di persone: il 40% dei suoli del Pianeta è già degradato

Ulaanbaatar è una scelta simbolica. La capitale mongola ospita fino al 28 agosto la diciassettesima Conferenza delle parti della Convenzione Onu contro la desertificazione (Unccd), e lo fa in un Paese che porta sul proprio corpo i segni di ciò di cui si discute nelle sale della conferenza: il 77% del territorio mongolo, quasi 1,2 milioni di chilometri quadrati su un totale di 1,56 milioni, è già classificato come degradato. Negli ultimi ottant’anni la temperatura media è salita di due gradi, le piogge sono diminuite e i venti portano la sabbia del Gobi fino in Corea del Sud e in Giappone.

I numeri che pesano

I dati messi sul tavolo dall’Unccd non lasciano molto spazio all’ottimismo di circostanza. Il 40% delle terre emerse è colpito da degrado del suolo, una condizione che riguarda circa 3,5 miliardi di persone. Le siccità sono aumentate di due terzi dal 2000 a oggi, con un costo stimato in 900 miliardi di dollari l’anno. Entro il 2030 la domanda di acqua potrebbe superare la disponibilità del 40%. E se non cambia la traiettoria, secondo le proiezioni dell’agenzia Onu, 700 milioni di persone potrebbero essere costrette a spostarsi entro il 2050 per l’avanzata della desertificazione. L’85% di chi già oggi subisce gli effetti del degrado vive in Paesi a reddito medio-basso.

Yasmine Fouad, segretaria esecutiva dell’Unccd, lo ha messo in chiaro all’apertura dei lavori: la terra è “la nostra infrastruttura più vitale”, da cui dipendono sicurezza alimentare, accesso all’acqua e stabilità politica. Un concetto ribadito con parole simili anche dal primo ministro mongolo Nyam-OsorynUchral, che ha ricordato come nel suo Paese il prezzo di una pagnotta si sia triplicato in dieci anni.

Il tema dei pascoli, al centro del 2026

La Cop17 coincide con l’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori, proclamato dalle Nazioni Unite su proposta della stessa Mongolia. I pascoli coprono oltre metà della superficie terrestre del Pianeta, danno da vivere a circa 500 milioni di persone e garantiscono un sesto del fabbisogno nutrizionale globale, pur restando tra gli ecosistemi meno tutelati. La presidenza mongola della conferenza ha collegato la propria agenda a programmi nazionali come la campagna “Un miliardo di alberi” e iniziative di gestione sostenibile del bestiame, con l’obiettivo dichiarato di far entrare il tema pastorale nei negoziati ufficiali.

Chi paga il conto

Il capitolo più delicato resta quello finanziario. Fermare e invertire il degrado del suolo costerebbe, secondo le stime circolate alla conferenza, quasi 6.500 miliardi di dollari l’anno a livello globale. Una cifra enorme, ma non priva di ritorno: gli investimenti in ripristino dei terreni e agricoltura sostenibile genererebbero, secondo l’Unccd, tra i 7 e i 30 dollari per ogni dollaro speso. È l’argomento con cui l’agenzia prova ad attrarre capitali privati: oltre 300 aziende partecipano ai lavori, più di 100 Paesi stanno trasformando i propri piani di gestione della siccità in progetti di investimento concreti, per un potenziale stimato in due miliardi di dollari.

Resta da vedere quanto di questo si tradurrà in impegni vincolanti nei giorni conclusivi della conferenza, tra dialoghi su finanza, acqua e sistemi alimentari. La Mongolia, intanto, ha già annunciato di voler destinare oltre 1,5 miliardi di dollari a riforestazione, energia pulita e agricoltura sostenibile: un banco di prova, più che una promessa, per un Paese che il deserto lo vede avanzare ogni anno.

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