“Quando un ponte crolla, nessuno si limita a dire che il traffico è stato deviato. Si cercano cause, responsabilità, manutenzioni mancate. Quando invece un territorio finisce sott’acqua o un raccolto è perso, prevale il racconto dell’eccezione, della fatalità, della ‘bomba d’acqua’”. Queste parole di uno dei maggiori esperti italiani di clima, Nicola Armaroli, pubblicate sulla rivista Sapere sotto il titolo “Omertà climatica“, fotografano l’estate 2026.
La descrizione dei fatti apparsa nel mainstream è stata una visualizzazione precisa dell’accaduto; i record del caldo, il Po ridotto a una lunga striscia di polvere, il Danubio trasformato in un museo da cui affiorano resti romani e della seconda guerra mondiale, il Mediterraneo con temperature tropicali, decine di città italiane con il bollino rosso, le campagne arse, i boschi bruciati.
Anche dal punto di vista delle conseguenze l’analisi è stata precisa e non reticente. Le ondate di calore hanno avuto un costo economico pesante: una stima parla di 180 miliardi di euro di Pil europeo potenzialmente persi; per l’Italia si valuta una riduzione della crescita di circa 1,1 punti percentuali, equivalente a oltre 20 miliardi di euro. Così come il costo umano è stato pesante e documentato: oltre 32.000 decessi in eccesso in Europa tra metà luglio e metà agosto, secondo le stime provvisorie di EuroMomo; una conferma del fatto che ormai le ondate di calore costano all’Europa decine di migliaia di morti l’anno (più degli incidenti stradali).
Tutto bene dunque almeno dal punto di vista dell’informazione? Abbiamo di fronte un problema grave e ci stiamo attrezzando per risolverlo? Non proprio. Nelle cronache e nei commenti – che di regola dovrebbero provare a descrivere il cosa, il come, il dove, il quando e il perché – manca un elemento: il perché. Un perché che non è misterioso visto che la responsabilità della crisi climatica è stata definita con precisione dalla comunità scientifica: l’uso massiccio di combustibili fossili e la deforestazione sono i principali responsabili della crescita dell’effetto serra. Senza un intervento rapido e radicale su questi due fattori il trend di riscaldamento è destinato a peggiorare in modo sensibile.
Cosa emerge invece dal racconto del caldo? Un rapporto di Greenpeace Italia–Osservatorio di Pavia sulla copertura mediatica della crisi climatica nel 2025 misura la rimozione delle responsabilità. Sono state analizzate 1.845 notizie sulla crisi climatica nei quotidiani e 1.073 servizi nei telegiornali. I combustibili fossili sono stati esplicitamente indicati come causa del cambiamento climatico soltanto nel 3% degli articoli dei quotidiani. Nei telegiornali la percentuale scende al 2%.
È questa l’assenza di informazione che paralizza la risposta. Ma per capirla bisogna individuare il perché di questa rimozione del perché. E non ci si può accontentare di ciò che appare scontato. È ovvio che le imprese globali che traggono enormi risorse dai combustibili fossili hanno tutto l’interesse a sfumare le responsabilità di petrolio, carbone e gas nel disastro in corso. E infatti nel 2021 è stata avviata un’indagine parlamentare del Congresso Usa sull’operato di alcune grandi compagnie petrolifere. Dopo tre anni di lavoro e migliaia di documenti acquisiti è arrivato il rapporto finale dello staff delle commissioni. Le conclusioni sono state che le compagnie sapevano da decenni che la combustione dei combustibili fossili provoca il cambiamento climatico, ma che l’industria del settore ha sviluppato strategie di negazione, disinformazione, greenwashing e lobbying per ostacolare le politiche climatiche. Poi è arrivata l’ondata Trump e l’indagine parlamentare, sostenuta dai democratici, non ha avuto un seguito equivalente sotto la maggioranza repubblicana della Camera.
Da questo punto di vista la questione climatica riecheggia le polemiche sull’insabbiamento dei dati scientifici sui danni del tabacco che è emerso solo dopo decenni di rinvii e prove occultate. C’è però un altro elemento che non può essere ignorato. A differenza del tabacco, che coinvolgeva un singolo ramo d’impresa, la questione dei fossili incide sulla larga parte della nostra organizzazione sociale. Per arrivare a sostituire la tecnologia dei combustibili fossili “progressivamente e senza indugio”, come scriveva papa Francesco nell’enciclica Laudato Sì, occorre dunque dare uno sbocco positivo alla crisi: ridisegnare il sostegno pubblico alle attività produttive, spostando le centinaia di miliardi che ancora oggi sostengono a livello globale le imprese fossiliper favorire il rapido sviluppo di un’economia più attenta all’equilibrio degli ecosistemi indispensabili alla nostra sopravvivenza. Serve uno sforzo di elaborazione per costruire e rendere attraente un nuovo sistema produttivo capace di rilanciare l’economia invece di continuare a deprimerla. E questo sforzo è stato insufficiente.
In questo vuoto di immaginazione e di costruzione pratica di un’alternativa seducente stanno prendendo spazio due aspetti che caratterizzano i periodi in cui la reazione al cambiamento prova a bloccare i processi di innovazione: la negazione dei fatti e l’attacco alla scienza. Ora, anche sull’onda della spinta emotiva verso il cambiamento prodotta da questa estate infuocata, si tratta di colmare il vuoto mettendo in fila i singoli esperimenti di successo che si stanno facendo in tante città e in tante regioni per rendere più sicuro e più piacevole il nostro modo di abitare, di muoverci, di incontrarci. E di creare la cornice economica che renda la transizione ecologica non solo necessaria, ma gradevole e popolare.
Questa sfida riuscirà a essere uno dei temi della lunga campagna elettorale che si prepara?
