28 Agosto 2026
/ 27.08.2026

I social danno dipendenza? Meta patteggia e paga 18 miliardi

L'accordo da 18 miliardi con 48 Stati americani chiude un processo che poteva costare fino a 1.400 miliardi di dollari. Non è un'ammissione di colpa: è un prezzo, fissato per tenere in piedi il sistema

Diciotto miliardi di dollari, spalmati su dieci anni. È la cifra con cui Meta chiude il contenzioso aperto da 48 Stati americani, dal distretto di Washington e da Porto Rico, accusata di aver progettato Instagram e Facebook per generare dipendenza nei minori e di aver raccolto dati di ragazzini di 13 anni senza il consenso dei genitori. Il giudice della corte federale di Oakland, Yvonne Gonzalez Rogers, ha approvato l’intesa definendola un modo per !modificare i comportamenti” oltre che per risarcire, si legge sull BBC.

Per capire il peso della cifra bisogna guardare da dove si parte: Meta aveva dichiarato che il risarcimento richiesto contro di lei poteva arrivare fino a 1.400 miliardi di dollari, quasi l’intero valore delle sue azioni in borsa. I procuratori avevano poi ridimensionato la richiesta, ipotizzando un risarcimento da 200 miliardi di dollari, più o meno quanto Meta ha fatturato nel 2025. Il patteggiamento, arrivato dopo appena cinque giorni di processo, è quindi una via d’uscita economica prima ancora che legale.

Cosa cambierà per gli adolescenti

Nell’accordo, Meta si impegna a introdurre limiti attivi di default: due ore giornaliere complessive tra Instagram e Facebook, disattivabili solo con il permesso di un genitore; una “modalità notturna” che blocca le notifiche tra mezzanotte e le sei; una “modalità scuola” che le sospende dalle 8 alle 15. Spariscono i like visibili sui profili degli adolescenti, arrivano promemoria dopo 15, 60 e 90 minuti di uso continuativo, e i filtri per il trucco estremo vengono rimossi. Se anche TikTok, Snap e YouTube accettassero restrizioni analoghe, il tetto scenderebbe a un’ora al giorno.

Sono le stesse funzioni che, secondo i documenti interni emersi nel processo, Meta aveva già testato anni fa e scelto di non attivare su larga scala. L’ex ricercatore Meta George Volichenko ha raccontato alla BBC che nel 2022 il suo team lavorava su una funzione di silenziamento notturno delle notifiche, ma che il responsabile gli disse di non preoccuparsi del basso numero di adozioni, perché il team esisteva “in parte per proteggere l’azienda dalle imminenti cause legali”.

La difesa e il precedente delle sigarette

Meta ha negato ogni illecito, sostenendo l’assenza di prove scientifiche solide sulla dipendenza da social e invocando la norma federale che la esenta dalla responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti. Il procuratore generale della California Rob Bonta ha replicato senza mezzi termini: “Il processo non è andato bene per Meta“.

Gli avvocati degli Stati hanno costruito l’accusa sulla stessa architettura legale usata negli anni Novanta contro l’industria del tabacco: aziende che conoscevano i danni dei propri prodotti e continuavano a venderli, salvo poi accettare, dopo condanne miliardarie, di cambiare le pratiche commerciali. Il parallelo non è retorico: una ricerca interna di Instagram, citata nel processo, descriveva gli adolescenti come portatori di “una narrazione da tossicodipendenti riguardo al consumo di droghe” rispetto all’uso della piattaforma.

Un caso isolato, non l’ultimo

L’accordo non chiude il fronte giudiziario di Meta. Il New Mexico, che non ha aderito all’intesa, ha già ottenuto due condanne separate, 375 milioni di dollari a marzo e 567 milioni ad agosto, per non aver informato adeguatamente gli utenti sui rischi legati a predatori online e contenuti sessualmente espliciti. A marzo, una giuria di Los Angeles aveva condannato Meta e Google a risarcire con 6 milioni di dollari una donna che attribuiva alla dipendenza da social sviluppata in infanzia ansia, depressione e disturbi legati all’immagine corporea.

Bonta ha invitato TikTok, Snap e YouTube a seguire lo stesso modello di restrizioni; anche Meta, per bocca del responsabile legale CJ Mahoney, ha chiesto ai concorrenti di adeguarsi. Ma finché mancano regole vincolanti valide per l’intero settore, ogni accordo resta un caso a sé: un prezzo pagato da una singola azienda, non un cambiamento generale delle regole del gioco.

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