3 Settembre 2026
/ 3.09.2026

Un decimo delle nostre parole è per cani e gatti

Un nuovo strumento sviluppato dall’Università dell'Arizona misura per la prima volta in modo oggettivo come parliamo ai nostri animali domestici, aprendo la strada a capire perché il “pet effect” funzioni per alcuni e non per altri

Quante volte al giorno ci rivolgiamo al cane o al gatto senza nemmeno accorgercene? Secondo una ricerca pubblicata su Frontiers in Psychiatry, in media il 9,2% di tutto il tempo che passiamo a parlare, a chiunque, incluse le persone, è dedicato agli animali domestici.

Uno strumento nato per colmare un vuoto

Il team dell’Università dell’Arizona, guidato da Dara Jonkoski ed Emily Bray, ha messo a punto AURAL-Pet (Audio-based Understanding of Relational Animal-directed Language), il primo sistema di codifica pensato per analizzare in modo standardizzato il linguaggio diretto agli animali. Fino ad oggi mancava proprio questo: un metodo oggettivo per capire come le persone parlano ai loro pet nella vita reale.

Per raccogliere i dati i ricercatori hanno usato l’EAR (Electronically Activated Recorder), un’applicazione che registra brevi frammenti audio in momenti casuali della giornata, senza che chi la indossa sappia quando scatta la registrazione. Una scelta precisa: chi sa di essere ascoltato tende a modificare inconsapevolmente il proprio comportamento. Qui, invece, i partecipanti non conoscevano nemmeno l’oggetto reale dello studio.

Il risultato è una base di 5.072 clip audio raccolte da 240 persone, coinvolte in quattro diversi progetti di ricerca su temi che con gli animali domestici non avevano nulla a che fare, dall’invecchiamento alla meditazione, dalle coppie che affrontano un tumore al seno fino a chi ha vissuto una separazione.

Nessuno parla allo stesso modo

Applicando il sistema di codifica a tutte queste registrazioni, gli autori hanno scoperto una variabilità enorme da persona a persona. C’è chi utilizza un soprannome affettuoso ogni volta che si rivolge al proprio animale e chi non lo fa mai. C’è chi tratta il cane o il gatto come un vero interlocutore, raccontandogli la giornata o i propri progetti futuri, e chi si limita a comandi essenziali o a domande brevi. Alcuni partecipanti hanno mostrato certi comportamenti in ogni singola clip disponibile, altri mai.

“Moltissime persone sono convinte che un animale domestico faccia la differenza nella propria vita, eppure gli studi scientifici continuano a fornire risultati contrastanti sul cosiddetto ‘effetto pet’”, spiega Emily Bray, tra le autrici principali della ricerca. “Avevamo bisogno di dati oggettivi su ciò che le persone dicono realmente e su come interagiscono con i loro animali, per iniziare a capire il perché”.

Risolvere un enigma scientifico

Da anni gli studi sul cosiddetto “pet effect”, l’idea che possedere un animale migliori automaticamente la salute mentale, restano contraddittori: alcuni collegano il possesso di un pet a minore solitudine e depressione, altri non trovano alcun effetto misurabile. L’ipotesi degli autori è che a fare la differenza non sia il semplice fatto di avere un animale, ma la qualità e la profondità dell’interazione quotidiana con lui.

Lo strumento sarà ora applicato a un nuovo progetto, lo studio CARE, dedicato al benessere mentale di persone over 60, per verificare se e come le conversazioni con cani e gatti aiutino a ridurre isolamento sociale, stress e sintomi depressivi negli anziani. Bray ipotizza che l’animale possa agire da vero e proprio catalizzatore sociale, capace di innescare interazioni umane che altrimenti non avverrebbero.

Non è un dettaglio da poco, in una fase storica in cui la solitudine tra le persone anziane è già considerata un problema di salute pubblica. Capire quali stili comunicativi con gli animali producono benefici reali, e quali no, potrebbe trasformare il modo in cui medici, psicologi e servizi sociali guardano al possesso di un pet, come una relazione da osservare nel dettaglio.

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