Per anni è stato il numero attorno a cui è ruotato ogni vertice sul clima, ripetuto come una formula: un grado e mezzo. Era la temperatura da non oltrepassare, il tetto che i governi si erano dati a Parigi nel 2015 per tenere il pianeta all’interno di una zona di sicurezza: i grandi ghiacciai al loro posto, gli arcipelaghi sopra il livello del mare, un freno agli uragani. Da oggi quel numero cambia di segno. In un rapporto intitolato senza giri di parole Limiting Overshoot (gestire il superamento), il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) mette per la prima volta il timbro dell’istituzione su ciò che i climatologi ripetevano da tempo: la soglia di 1,5 gradi verrà superata, e non per un anno isolato ma in modo duraturo.
Il cuore del documento è in una frase asciutta: “La sfida si è spostata dall’evitare il superamento alla sua gestione”. Suona tecnica, ma fotografa una sconfitta. L’obiettivo che a Parigi era diventato uno slogan – stampato sugli striscioni, evocato a ogni conferenza – non reggerà. E non perché mancasse l’indicazione delle contromisure necessarie a garantire la nostra sicurezza: a consumare il margine di tempo rimasto sono stati i ritardi della transizione ecologica e la pressione dei movimenti negazionisti, che per anni hanno frenato le politiche di riduzione delle emissioni.
La forbice dei gradi
Quanto in alto salirà la febbre del pianeta, e per quanto a lungo, dipende da decisioni da prendere ora. Le proiezioni disegnano una forbice ampia. Nell’ipotesi migliore – emissioni dimezzate entro il 2035 – il picco si fermerebbe intorno a 1,8 gradi. Proseguendo con le politiche in vigore, invece, la traiettoria punta verso i 2,6 gradi a fine secolo.
In mezzo c’è un baratro, perché ogni decimo di grado in più si traduce in estati più lunghe e roventi, siccità più ostinate, piogge che quando arrivano diventano alluvioni. Non ci sono esiti positivi se restiamo sopra il grado e mezzo, ha messo in chiaro la direttrice esecutiva dell’Unep Inger Andersen: oltre quella linea gli impatti diventano più rapidi, più violenti e più prolungati, e il conto delle vittime è destinato a salire.
Il conto del superamento
A spaventare gli scienziatisono soprattutto i punti di non ritorno: le soglie oltre le quali alcuni processi si innescano da soli e non tornano indietro. Sopra 1,5 gradi diventa più probabile che si destabilizzino le grandi calotte di ghiaccio e che la foresta amazzonica scivoli verso il collasso. In uno scenario da tre gradi, le riserve glaciali del pianeta potrebbero perdere oltre un quarto della loro massa entro il 2100. Con effetti che si propagano a catena fino a raggiungere la nostra tavola: secondo le stime dell’Onu la produzione agricola mondiale potrebbe arretrare fino al 14% nel giro di venticinque anni. E per gli arcipelaghi più bassi del Pacifico e dei Caraibi la prospettivaè finire sotto il mare.
Una discesa ancora possibile
Eppure il rapporto non è un necrologio. Il margine per rientrare in una traiettoria in cui i danni sono contenuti esiste, a patto di muoversi in fretta e nella direzione giusta: la strada ha un nome da manuale, “superamento, picco e discesa”, e punta a riportare il termometro all’interno della soglia di sicurezza nel più breve tempo possibile.
Il primo passo è tagliare subito le emissioni serra, a partire dal metano, gas dal potere riscaldante fino a ottanta volte superiore a quello dell’anidride carbonica nel breve periodo. Il secondo è cominciare a sottrarre all’atmosfera il carbonio già immesso. Su questo gli autori sono netti: nessuna scorciatoia tecnologica basterà da sola, e la cattura del carbonio va aggiunta ai tagli, non usata come alibi per rimandarli.
Non tutti, però, condividono il tono. Il Wwf ribadisce che il grado e mezzo resta un limite di sicurezza non negoziabile, e che a dover calare sono le emissioni, non l’ambizione. Ancora più tagliente Climate Analytics, secondo cui un documento che dà per persa la soglia rischia di suonare come un invito ad arrendersi più che come una chiamata all’azione. Prova a tenere insieme i due registri il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres: il caldo estremo, gli incendi e le inondazioni dell’estate appena trascorsa, avverte, sono soltanto un assaggio di ciò che ci aspetta, e la risposta richiede un salto di ambizione. Perché una cosa è certa: anche se un giorno il termometro tornerà sotto la soglia, il mondo che ci lasciamo alle spalle non tornerà più.
