3 Settembre 2026
/ 3.09.2026

Pesticidi, un agricoltore su due avvelenato ogni anno

Una revisione scientifica pubblicata su Frontiers in Public Health stima fino a 433 milioni di casi l’anno nel mondo. L’India da sola conta quasi il 60% dei decessi

Tra 402 e 433 milioni di casi di avvelenamento acuto da pesticidi ogni anno nel mondo. È la stima pubblicata il 2 settembre su Frontiers in Public Health da un gruppo di ricercatori del Pesticide Action Network, che ha passato al setaccio 214 studi scientifici e i dati di mortalità dell’Organizzazione Mondiale della Sanità relativi a 139 Paesi, coprendo il periodo dal 2006 al 2023.

Su una popolazione agricola mondiale di circa 934 milioni di persone, il 46% viene intossicato ogni anno. Quasi uno su due.

Un Paese, un continente, un’emergenza

I ricercatori hanno documentato differenze enormi da Paese a Paese. Il tasso più alto si registra in Burkina Faso, dove l’84% di agricoltori e braccianti ha riferito di essere stato avvelenato. Seguono a ruota altre nazioni dell’Africa occidentale e orientale, ma è l’Asia meridionale a concentrare il numero assoluto più alto di casi non fatali, davanti al Sud-est asiatico e all’Africa orientale.

Sul fronte dei decessi, circa 11.000 morti l’anno, quasi il 60% delle quali in India, dove un rapporto governativo cita 7.805 vittime nel solo 2021, dato che il Paese, però, non ha mai trasmesso all’OMS, lasciando intuire una sottostima ancora più marcata a livello globale.

Un’agricoltura sempre più chimica

Mentre le prove degli effetti nocivi si accumulano da decenni, l’uso mondiale di pesticidi non ha fatto che crescere: 3,8 milioni di tonnellate nel 2023, il doppio rispetto al 1990. Un’espansione trainata soprattutto dalle Americhe (+210%) e dall’Africa (+185%), mentre l’Europa ha ridotto i consumi solo del 5%.

Gli autori dello studio sottolineano un punto spesso trascurato dal dibattito pubblico: l’attenzione politica e mediatica si concentra quasi sempre sui morti, ignorando la massa di intossicazioni non fatali che colpiscono soprattutto chi lavora nei campi durante la preparazione e l’applicazione dei prodotti, o semplicemente toccando colture, attrezzi e indumenti contaminati.

Un problema anche italiano

Il legame tra esposizione cronica ai pesticidi e malattie neurodegenerative non è più solo un sospetto. Francia, Germania e Italia hanno già riconosciuto il morbo di Parkinson come malattia professionale per gli agricoltori, e gli studiosi citano “prove schiaccianti” a sostegno dell’origine ambientale della patologia.

Dati fragili, urgenza concreta

Gli stessi autori ammettono i limiti della loro stima: le informazioni disponibili restano frammentarie, con protocolli di sorveglianza non uniformi tra Paesi e un forte rischio di sottostima dovuto a chi non accede alle cure per motivi economici, culturali o di distanza dai presidi sanitari. Per questo chiedono l’adozione di sistemi standardizzati di monitoraggio.

La richiesta più concreta riguarda l’attuazione della raccomandazione della FAO per l’eliminazione progressiva dei pesticidi altamente pericolosi, obiettivo fissato al 2035 dal Quadro globale sulle sostanze chimiche delle Nazioni Unite. Diverse ricerche citate nello studio dimostrano che rinunciare a queste sostanze non comporterebbe cali di produttività agricola. Restano, allora, da spostare interessi industriali consolidati e abitudini agricole radicate in ogni angolo del pianeta.

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