8 Settembre 2026
/ 8.09.2026

“Allarmismo”: la parola che attacca il tono per evitare il contenuto

“Allarmismo” è una parola del linguaggio comune che viene applicata al discorso scientifico per privarlo della sua funzione di segnale calibrato. Non attacca la scienza: attacca la comunicazione della scienza, il che produce lo stesso effetto pratico senza richiedere di contestare i fatti

Nel giugno 2019, 91 firmatari, in larga parte docenti universitari non specializzati in scienze del clima, hanno inviato ai presidenti della Repubblica, della Camera e del Senato una petizione che contestava “l’allarmismo climatico” e chiedeva di ridimensionare le politiche di riduzione delle emissioni. La stragrande maggioranza dei firmatari, come documentato da Climalteranti.it, non aveva competenze specifiche in scienza del clima. Nessuna delle affermazioni scientifiche nella lettera è stata confutata nel merito: la critica era rivolta all’intensità con cui la comunità scientifica comunicava i propri risultati. Questa è la funzione specifica del termine “allarmismo” nel discorso climatico: spostare il giudizio dall’accuratezza di un dato all’emotività di chi lo presenta.

Il lessico della comunicazione del rischio distingue tra allarme e allarmismo. L’allarme è un segnale calibrato su un pericolo documentato: l’allerta meteo codice rosso è un allarme, non è allarmismo, perché corrisponde a una probabilità e a un’intensità stimate. L’IPCC usa un sistema analogo: “è virtualmente certo” (probabilità superiore al 99%), “è molto probabile” (90-100%), “è probabile” (66-100%). Il Sesto Rapporto di Valutazione, come recita il suo Summary for Policymakers, ha qualificato come “inequivocabile” l’influenza umana sul sistema climatico: non è un aggettivo emotivo, è il grado di evidenza più alto nella scala dell’IPCC, riservato a conclusioni direttamente osservabili. Definire quella formulazione “allarmistica” non ne cambia il contenuto: chiede all’interlocutore di giudicare il tono invece di verificare il fatto.

“Allarmismo” come frame di critica non attacca i dati: sposta il giudizio sull’intensità emotiva di chi li comunica. Se una proiezione dice che le ondate di calore nel bacino Mediterraneo aumenteranno di frequenza entro il 2050, questa proiezione è corretta o scorretta indipendentemente da quanto drammaticamente venga presentata. La petizione del 2019 non contestava nessun dato dell’IPCC: chiedeva di “ridimensionare l’allarmismo” come se il problema fosse il tono della comunicazione, non il contenuto. Lo stesso meccanismo compare ogni volta che una norma climatica viene descritta come eccessiva senza che venga contestato il dato scientifico che la motiva.

Un’analogia aiuta. Un medico che misura una pressione arteriosa di 170/110 e raccomanda un intervento urgente sta lanciando un allarme. Un interlocutore che risponde “stai esagerando, sei allarmista” non sta contestando la misurazione: sta chiedendo di abbassare il tono. La risposta corretta alla misurazione è verificarla con un secondo sfigmomanometro, non criticare la gravità con cui è stata comunicata.

Va riconosciuto che esistono casi documentati in cui la critica ha una base. Lo scenario SSP5-8.5, il più pessimistico tra quelli dell’IPCC, è stato presentato in molte comunicazioni pubbliche degli anni scorsi come scenario “business as usual”, quando è di fatto uno scenario estremo. Il gruppo di scienziati IPCC che aveva sviluppato gli scenari ha poi chiarito in letteratura peer-reviewed che quell’uso era improprio. Ricercatori come Roger Pielke Jr. hanno documentato casi in cui le proiezioni più estreme venivano amplificate nella comunicazione pubblica rispetto a quanto la letteratura supportasse. Il problema non è che la critica all’amplificazione sia sempre sbagliata: è che “allarmismo” viene applicato indiscriminatamente, alle proiezioni calibrate come agli errori comunicativi reali, rendendo impossibile distinguere l’autocritica scientifica legittima dalla delegittimazione sistematica.

Esiste una differenza tra contestare un dato e contestare il tono di chi lo comunica. La prima è critica scientifica: richiede una fonte alternativa, un metodo di misura diverso, un intervallo di confidenza più ampio. La seconda è critica retorica: non richiede nulla di verificabile, e può essere applicata a qualsiasi comunicazione senza doverla confutare nel merito. “Allarmismo” nella maggior parte degli usi nel discorso climatico italiano è del secondo tipo.

Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Allarmismo” aggiunge un meccanismo opposto a tutti gli articoli precedenti. Gli altri hanno documentato parole tecniche che perdono precisione nel passaggio al linguaggio comune. “Allarmismo” è una parola del linguaggio comune che viene applicata al discorso scientifico per privarlo della sua funzione di segnale calibrato. Non attacca la scienza: attacca la comunicazione della scienza, il che produce lo stesso effetto pratico senza richiedere di contestare i fatti.

La prossima volta che leggete “allarmismo climatico” in un comunicato politico o in un editoriale, la domanda è una: viene contestato un dato specifico con una fonte alternativa? Se sì, è critica scientifica. Se no, è una richiesta di abbassare il tono senza toccare il contenuto.

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