16 Settembre 2026
/ 16.09.2026

L’uccello che sta salvando le foreste dell’Ecuador

Dalla scoperta casuale della pitta formichiera jocotoco, nel 1997, è nata una rete di riserve che oggi custodisce l’80% delle specie di uccelli del Paese

Nel novembre 1997 l’ornitologo statunitense Robert Ridgely stava esplorando le foreste montane dell’Ecuador meridionale quando sentì un verso che faceva fatica a definire: “simile a quello di un gufo”, avrebbe raccontato anni dopo, aggiungendo che all’inizio non pensava lo avrebbero mai identificato. Registrò il richiamo, lo fece riascoltare e dalla vegetazione di bambù fece capolino un uccello che nessun testo scientifico aveva mai catalogato. Gli agricoltori locali lo conoscevano già: lo chiamavano “jocotoco”, dal suono del suo verso. Due anni dopo la specie fu descritta ufficialmente come pitta formichiera jocotoco, con il nome scientifico Grallaria ridgelyi in onore dello scopritore.

Da un uccello a un modello di conservazione

Ridgely capì subito che salvare l’uccello significava salvare la foresta in cui viveva. Nel 1998, insieme ad alcuni collaboratori, creò la Fondazione Jocotoco, finanziata da donatori negli Stati Uniti e in Europa per acquistare e ripristinare terreno. Oggi la fondazione gestisce 19 riserve per circa 50.000 ettari, a cui si aggiungono altri 82.000 ettari di terreni privati e comunitari coinvolti nella tutela. Nel complesso, questi siti ospitano più di 1.350 specie di uccelli: l’80% di quelle presenti in Ecuador.

Il meccanismo che regge questo risultato si basa sul ripristino dell’habitat con piante autoctone o rigenerazione spontanea, guardie forestali reclutate tra gli abitanti delle stesse comunità, fototrappole e registratori audio per monitorare le specie e contrastare pascolo abusivo, disboscamento e bracconaggio. Un modello che cerca di tenere insieme scienza, lavoro locale e turismo naturalistico come fonte di reddito alternativa.

I numeri del recupero

A dare peso ai risultati sul campo è uno studio condotto nella riserva di Canandé, nella regione del Chocó: dopo trent’anni di gestione orientata alla biodiversità, i terreni un tempo disboscati hanno recuperato il 90% della biomassa e il 90% del numero di specie rispetto alle foreste mature circostanti, con il 75% delle specie originarie tornato stabilmente. Una generazione umana, per una foresta che si rimette in piedi quasi come prima.

Mike Parr, presidente dell’American Bird Conservancy, ha descritto al quotidiano inglese Guardian il lavoro della fondazione come “di livello mondiale” per l’integrazione tra ecoturismo, ricerca scientifica e coinvolgimento delle comunità. Ian J. Davidson, direttore per le Americhe di BirdLife International, parla di una rete di “arche” di habitat protetti che ha dato a specie rarissime “una reale possibilità non solo di sopravvivere, ma anche di riprendersi ed espandersi”.

Il condor che torna a volare

Nella riserva di Chakana, sopra i 4.000 metri, con il Cotopaxi, la seconda montagna più alta del Paese, innevato sullo sfondo, oggi si possono osservare condor andini che tornano a frequentare territori da cui erano quasi scomparsi, decimati soprattutto da avvelenamenti deliberati. Il caso del parrocchetto di El Oro, endemico dell’Ecuador, scoperto solo nel 1980 e con una popolazione sotto i mille esemplari, mostra che anche specie con areali minuscoli possono stabilizzarsi se il loro habitat viene protetto e tutelato.

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