17 Settembre 2026
/ 17.09.2026

Sul rapporto clima-povertà l’Europa si gioca l’unione

Nel discorso sullo Stato dell’Unione Ursula von der Leyen ha difeso gli obiettivi climatici. Quello che manca è una proposta in positivo di rilancio economico sulla base di questi obiettivi

Era inevitabile che fosse Mark Carney la star del discorso di Ursula von der Leyen sullo Stato dell’Unione. L’abbraccio al primo ministro canadese, seduto nell’aula di Strasburgo, e l’annuncio di voler aprire la strada affinché il Canada diventi il primo Paese membro associato della UE hanno dimostrato che l’Europa comincia a fare sul serio: prende atto di una mutazione radicale del rapporto con Washington e inizia a giocare una partita a tutto campo. A cominciare dalla costruzione di alleanze solide con Paesi affidabili e di una rete di relazioni commerciali più equilibrata a livello globale.

Il fronte più delicato è però quello interno. La presidente della Commissione ha lanciato l’allarme indicando come gli ultranazionalisti e gli euroscettici puntino alla disgregazione dell’Unione. Ha parlato di forze che “vogliono frantumare la nostra unità europea e disprezzano i nostri valori”, auspicando un piano operativo per contrastare leminacce ibride. E ha indicatonella crisi economica alimentata dalla crisi energetica il carburante che alimenta il populismo.

Tra questi due poli c’è un terzo elemento, finito in secondo piano nella lettura dei commentatori, che merita attenzione: sul terreno ambientale von der Leyen non ha ceduto alla pressione delle destre che invocano la fine del Green Deal. La presidente ha definito quella appena trascorsa l’estate della verità, ricordando che incendi, siccità e ondate di calore non hanno risparmiato quasi nessuna area del continente.

Su questa base ha ribadito il punto politicamente più sensibile: l’Europa può e deve perseguire i propri obiettivi climatici, pur riconoscendo la complessità della transizione. Di qui l’annuncio di misure concrete di adattamento: un nuovo quadro per la resilienza climatica che mapperà i cento territori più vulnerabili, un’Alleanza per le assicurazioni climatiche, un Piano europeo per le ondate di calore, una nuova iniziativa sull’acqua e la proposta di una flotta europea antincendio.

Sul versante energetico, strettamente intrecciato a quello climatico, la Commissione punta a raddoppiare la quota di elettricità nei consumi entro il 2040, con l’obiettivo di ridurre la spesa per l’importazione di combustibili fossili di 260 miliardi di euro l’anno.

Del resto, proprio alla vigilia del discorso della presidente della Commissione, l’Aula di Strasburgo ha deciso di mantenere, pur con qualche limatura, l’architettura del prezzo europeo del carbonio, cioè di una delle leve principali per frenare le emissioni serra. In sostanza, l’Unione ha confermato i due sistemi con cui mette un prezzo alla CO2. Il primo riguarda l’industria e le centrali elettriche (ETS1). Per ogni tonnellata di gas serra le aziende devono comprare un “permesso a inquinare”, ma i permessi che si sono accumulati ne tengono oggibasso il prezzo, di qui il meccanismo di cancellazione automatica oltre quota 400 milioni. La Commissione aveva proposto di sospendere questa cancellazione automatica dei permessi in eccesso, lasciandoli nella riserva; il Parlamento ha respinto la proposta e ha deciso di mantenere la cancellazione, alzando però da 400 a 650 milioni la soglia che la fa scattare, dal primo febbraio 2027. In sostanza, Strasburgo tiene in vita lo strumento che elimina i permessi di troppo per non far crollare il prezzo del carbonio, ma con un margine più ampio di prima.

Il secondo sistema (ETS2) applica lo stesso principio ai combustibili per il riscaldamento e ai carburanti per le auto: stavolta il costo rischia di arrivare direttamente sulle bollette e sul pieno di famiglie e automobilisti, e per questo l’intesa appena raggiunta con il Consiglio introduce dei freni per attutire i rincari più bruschi.

Inoltre il Carbon Border Adjustment Mechanism, il prelievo che impone agli importatori di beni ad alta intensità di carbonio lo stesso prezzo sulle emissioni pagato dai produttori europei, è stato allargato: vi rientrano ora anche i prodotti lavorati di acciaio e alluminio, con controlli più severi per impedire che le imprese aggirino le regole. A protezione dei comparti più esposti nasce inoltre un fondo per la decarbonizzazione, la cui partenza è stata fissata al 2027.

Dunque l’obiettivo della difesa climatica per l’Europa resta una priorità. Quello che resta da colmare è la connessione tra obiettivi economici, obiettivi ambientali e obiettivi sociali. Se gli obiettivi ambientali vengono pensati e proposti in modo isolato, senza tener presente le ricadute sociali, la strada per l’avanzata del populismo resterà in discesa. Mentre un’Europa che rimette a punto il suo sistema produttivo alla luce delle nuove esigenze di sicurezza climatica e recupera su questa scommessa i posti di lavoro persi a causa della ritirata globale dell’economia fossile sarebbe un’Europa più popolare. Non più populista.

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