17 Settembre 2026
/ 16.09.2026

L’orto del Papa sceglie il biologico: nei Giardini Vaticani si coltiva senza pesticidi

Nel cuore della Città del Vaticano sopravvive una delle funzioni più antiche dei giardini papali: produrre cibo. Oggi frutta, ortaggi ed erbe aromatiche vengono coltivati con metodi biologici

C’è un pezzo di campagna dentro le mura della Città del Vaticano. Non è grande, ma conserva una funzione che risale alle origini stesse dei Giardini Vaticani: produrre alimenti per la residenza papale. Oggi quell’orto, nella proprietà del Monastero Mater Ecclesiae, viene coltivato esclusivamente con tecniche di agricoltura biologica.

A occuparsi delle coltivazioni è il personale dei Giardini Vaticani, mentre i prodotti vengono utilizzati principalmente dalle monache benedettine dell’Abbazia di Santa Scolastica che vivono nel monastero. Una parte della frutta e della verdura viene trasformata in marmellate e conserve. Le eccedenze prendono invece un’altra strada e vengono destinate a una mensa del Vaticano gestita dalle Missionarie della Carità.

L’orto, dunque, non è un semplice elemento ornamentale. È un piccolo sistema produttivo che segue ancora il calendario agricolo. Alla fine dell’estate arrivano pomodori, melanzane, fagiolini, zucchine, cetrioli e peperoni. Con l’autunno cambiano le colture: broccoli, spinaci, lattuga, zucche e verza prendono il posto degli ortaggi estivi. Ci sono inoltre aglio, basilico e un peperoncino di varietà peruviana, mentre recentemente sono state piantate anche piante di kiwi, richieste dalle religiose argentine.

La sfida dell’acqua e degli insetti

Coltivare senza prodotti chimici, tuttavia, richiede più lavoro e una gestione attenta degli equilibri naturali. “Rispettare la natura” è il criterio indicato da Gilberto Bianchi, il giardiniere che segue l’orto e l’area degli alberi da frutto dal 2008.

Gli insetti sono uno dei problemi principali. La risposta non sono gli insetticidi, che nell’orto non vengono utilizzati, ma il ricorso a predatori naturali capaci di contenere le popolazioni degli insetti dannosi.

Anche l’acqua è una questione centrale. Il terreno drena rapidamente e per questo viene aggiunta fibra di cocco, che aiuta a conservare l’umidità. L’irrigazione avviene attraverso un sistema a goccia, studiato per portare l’acqua direttamente alle piante e limitare le perdite. La coltivazione biologica impone inoltre di accettare i ritmi delle stagioni. Non si tratta di ottenere in ogni momento qualsiasi prodotto, ma di adattare le colture a quello che il periodo dell’anno permette di fare.

Un pezzo di storia dei Giardini

L’attuale orto si trova nell’area del Monastero Mater Ecclesiae, il luogo in cui papa Benedetto XVI visse dopo il ritiro dal pontificato e dove oggi risiedono le monache benedettine provenienti da Victoria, in Argentina. Ma la sua storia si inserisce in una vicenda molto più antica. I Giardini Vaticani nacquero nel XIII secolo, quando papa Niccolò III trasferì la residenza papale dal Laterano al Vaticano. Tra i primi spazi realizzati ci furono proprio un prato, un orto e un viridarium, cioè un giardino destinato alla vegetazione ornamentale.

Nel corso dei secoli l’area si è trasformata in un insieme di giardini differenti, con alberi, fiori e specie botaniche provenienti da luoghi diversi. Oggi occupa circa la metà del territorio della Città del Vaticano, per un’estensione di circa 57 acri, pari a oltre 23 ettari. E anche l’agrumeto conserva tracce di questo passato: una quindicina di alberi, alcuni dei quali hanno più di 150 anni, cresce accanto all’area coltivata.

Dal piccolo orto all’intero Vaticano

La conversione alle pratiche biologiche è cominciata diversi anni fa: è stata anche una risposta alla sensibilità espressa da papa Francesco con l’enciclica Laudato si’ del 2015. L’obiettivo dichiarato va oltre l’orto del Mater Ecclesiae. Il progetto è estendere progressivamente il metodo a tutti i giardini, riducendo fino a eliminare l’impiego di fertilizzanti e pesticidisintetici.

Così, tra alberi secolari e coltivazioni stagionali, l’antico orto destinato alla tavola papale assume oggi un significato diverso. Non è soltanto la sopravvivenza di una tradizione agricola dentro le mura più celebri d’Italia, ma anche uno dei luoghi in cui il Vaticano sta cercando di tradurre in pratiche concrete un principio semplice: coltivare producendo cibo, ma consumando meno risorse e lasciando il più possibile alla natura il compito di fare il proprio lavoro.

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