Più di una dichiarazione ambientale su due, nell’Unione europea, non regge alla prova dei fatti. Secondo un’analisi della Commissione europea il 53,3% dei claim esaminati è risultato vago, ingannevole o infondato, mentre il 40% era privo di adeguati elementi a sostegno. A questo si aggiungono circa 230 etichette di sostenibilità, con livelli di trasparenza e verifica molto diversi tra loro. È per mettere ordine in questo panorama che dal 27 settembre diventano applicabili le norme introdotte nel Codice del consumo dal decreto legislativo 30/2026, di recepimento della direttiva europea 2024/825 sul greenwashing.
Cosa cambia
Da quella data parole come “green”, “ecologico” o “climate friendly” non potranno più essere usate in modo generico se l’impresa non sarà in grado di dimostrare l’eccellenza ambientale a cui si riferiscono. E un prodotto non potrà più vantare un impatto climatico neutro, ridotto o positivo facendo leva sulla compensazione delle emissioni.
“Comunicare le proprie prestazioni ambientali richiede informazioni precise, capaci di mostrare che cosa sia stato davvero misurato, ridotto o verificato”, spiega Daniele Pernigotti, direttore di Carbon Footprint Italy e chair del CEN/TC 467, il comitato tecnico europeo di standardizzazione sul cambiamento climatico. “Per le imprese la comunicazione ambientale diventa una questione integrata tra marketing, compliance e qualità del dato”.
Le buone pratiche diventano legge
Le indicazioni in realtà esistono da tempo: già la ISO 14021 del 1999 sconsigliava formule vaghe come “environmentally friendly” o “nature’s friend”. La differenza è che ora quelle buone pratiche diventano legge. “Da quasi trent’anni gli standard tecnici indicano agli operatori come costruire una comunicazione ambientale corretta. Ora una parte di quelle indicazioni entra nel diritto dei consumatori”, osserva Pernigotti.
Stretta anche sui bollini. Sarà considerata ingannevole in ogni caso un’etichetta di sostenibilità che non sia stata istituita da un’autorità pubblica o non si basi su un sistema di certificazione con requisiti trasparenti e controlli affidati a una parte terza indipendente. “Ogni etichetta dovrà poggiare su un sistema trasparente, con requisiti definiti e un controllo indipendente”, sottolinea Pernigotti. “Ci aspettiamo che questo si rifletterà in tempi molto brevi anche nell’esperienza di tutti i consumatori”.
Secondo il direttore di Carbon Footprint Italy le aziende cercheranno sempre più garanzie esterne. “La presenza di 20 enti di verifica già accreditati da Accredia nell’ambito delle carbon footprint è la conferma che esiste già un sottobosco importante di aziende che si muovono su questi temi”.
Carbon Footprint Italy
Carbon Footprint Italy, nato nel 2018, è il programma italiano dedicato alla comunicazione dei risultati della quantificazione e della riduzione delle emissioni di gas serra di prodotti e organizzazioni. Prevede registrazioni per la carbon footprint di prodotto secondo la ISO 14067, per quella di organizzazione secondo la ISO 14064-1 e per la Carbon Reduction, a cui si accede solo con un’opinione di verifica rilasciata da una parte terza indipendente e accreditata. Oggi conta una quarantina di aziende e oltre 140 prodotti registrati ed è diventato Carbon Footprint Europe per operare in modo omogeneo in tutti i Paesi in cui si applica la direttiva. È inoltre tra i promotori della Carbon Footprint International Alliance e nel 2024 ha firmato un accordo di mutuo riconoscimento con il programma sudcoreano IPEF.
