14 Ottobre 2026
/ 14.10.2026

Se la foresta sparisce, le farfalle si spengono

Uno studio in Brasile confronta foreste native e monocolture: nelle seconde ci sono meno specie e quasi solo esemplari marroni. Il calo dei colori è un campanello d’allarme sulla salute degli ecosistemi

Nello stato brasiliano di Espírito Santo, a nord di Rio de Janeiro, un gruppo di ricercatori ha messo a confronto due paesaggi vicini e molto diversi: la foresta tropicale nativa e le piantagioni di eucalipto, alberi coltivati in file ordinate per ricavarne polpa di legno e legname. Nel bosco naturale hanno contato 31 specie di farfalle, nelle piantagioni 21. I dati sono preliminari e molti esemplari devono ancora essere identificati, ma una differenza si vede già a occhio nudo: il colore. Maider Iglesias-Carrasco, dell’Università di Copenaghen, che guida la ricerca, ha dichiarato al Guardian che nelle piantagioni “le comunità di farfalle sono dominate da specie di colore marrone”.

Il motivo sta nell’ambiente. Le piantagioni sono più calde, più secche e battute dalla luce diretta, mentre la foresta matura resta fresca e umida. Dove il paesaggio è uniforme, prosperano le specie meno appariscenti: passare inosservati diventa un vantaggio. La foresta tropicale offre invece molti microhabitat, cioè piccoli ambienti con luce e umidità diverse, e in ciascuno le farfalle trovano modi differenti di comunicare, attirare un partner o mimetizzarsi.

Lo studio, a cui partecipa anche il ricercatore e fotografo Roberto García-Roa, rientra nelle ricerche sulla “decolorazione”, cioè sul modo in cui degrado e perdita di biodiversità impoveriscono i colori della natura. Il fenomeno riguarda anche altri ambienti: le barriere coralline sbiancano, gli oceani diventano più verdi e si prevede che gli arcobaleni risultino meno visibili nelle aree densamente popolate e inquinate.

Un copione già visto in Amazzonia

Nel 2019 il gruppo di Ricardo Spaniol, dell’Università Federale del Rio Grande do Sul, aveva osservato lo stesso schema in Amazzonia, dopo settimane di lavoro nella foresta pluviale. Dopo la deforestazione, le specie più colorate risultavano tra le prime a scomparire a livello locale, forse per la perdita della vegetazione nativa e la maggiore esposizione ai predatori. Nelle aree disboscate sopravvivevano soprattutto farfalle con ali e corpo marroni o grigi, mentre nella foresta conservata convivevano esemplari con colori vivaci.

La selezione naturale ha già prodotto cambi di colore su larga scala. Il caso classico è la falena del pepe, che durante la Rivoluzione Industriale scurì le ali per confondersi con le superfici annerite dalla fuliggine. Secondo Spaniol, le trasformazioni causate oggi dalle attività umane potrebbero essere più rapide e diffuse.

Le farfalle sono considerate indicatori della biodiversità: reagiscono in fretta ai cambiamenti ambientali e sono facili da monitorare. Per Spaniol, un calo della varietà di colori può segnalare una perdita di complessità negli ecosistemi, con effetti a catena su altri organismi. Se le specie più specializzate scompaiono, rischiano di restare solo poche specie generaliste, cioè capaci di adattarsi a molti ambienti, interrompendo le relazioni ecologiche che dipendono dai segnali cromatici.

La dimensione del problema è ampia: secondo una stima, le piantagioni di eucalipto coprono almeno 22 milioni di ettari nel mondo, ma i ricercatori non sanno ancora se gli effetti siano gli stessi ovunque. C’è però un dato incoraggiante. Nelle ricerche di Spaniol in Amazzonia, le aree rigenerate da 30 anni dopo l’uso come pascolo hanno mostrato un aumento notevole della diversità di colori delle farfalle.

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