Un decimo di grado ogni cinque anni. È quanto costa, in termini di riscaldamento globale, continuare a emettere anidride carbonica ai ritmi di oggi. Il dato è contenuto nell’Emissions Gap Report 2026, l’analisi annuale con cui il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) misura la distanza tra le emissioni reali e quelle compatibili con l’Accordo di Parigi. Spiega perché il tempo sia ormai diventatola variabile decisiva.
Il rapporto, presentato il 21 ottobre a Londra a poche settimane dalla Cop31, la conferenza sul clima in Turchia, prende atto che la possibilità di restare sotto 1,5 gradi senza sforare, o sforando di poco, è perduta. L’obiettivo di Parigi non viene però archiviato. La questione adesso è quanto in alto arriverà il picco del riscaldamento e quanto rapidamente si riuscirà a riportare la temperatura al di sotto della soglia.
Le emissioni non scendono
Il punto di partenza è poco incoraggiante. Nell’ultimo decennio le emissioni globali di gas serra sono cresciute in media dello 0,8% l’anno. Nel 2025 si sono fermate più o meno sui livelli record del 2024, ma per gli autori è presto per parlare di picco: le emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili sono aumentate ancora, mentre quelle di metano sono rimaste stabili. A pesare è anche l’effetto Trump: gli Stati Uniti sono l’unica grande economia dove le emissioni sono tornate a crescere in modo significativo, complice il rilancio del carbone.
Con le politiche oggi in vigore, a fine secolo il riscaldamento raggiungerebbe 2,8 gradi rispetto all’epoca preindustriale. L’attuazione degli impegni nazionali incondizionati, i cosiddetti Ndc, porterebbe a 2,7 gradi; includendo quelli subordinati ad aiuti finanziari si scende a 2,6. Se pensiamo che appena un anno fa l’Unep stimava 2,3-2,5 gradi in caso di piena attuazione dei piani nazionali, abbiamo la misura del peggioramento in atto. Un peggioramento su cui hanno pesato l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo e la revisione delle stime sulle emissioni storiche.
Un rischio che cresce con il calendario
Dunque oggi la transizione ecologica ed energetica è più che mai necessaria e più che mai utile per la sicurezza della nostra vita e della nostra economia perché ogni frazione di grado in più, ricorda il rapporto, aumenta la probabilità di cambiamenti gravi e irreversibili: dalla perdita delle calotte glaciali al rilascio del carbonio intrappolato nel permafrost, dalle alterazioni della circolazione oceanica al declino delle barriere coralline. Contenere lo sforamento non eliminerà siccità, alluvioni e tempeste più frequenti, ma può limitarne la portata riducendo in modo importante i problemi che sperimentiamo già giorno dopo giorno.
“Abbiamo passato decenni a rimandare i tagli alle emissioni e ora ne affrontiamo le conseguenze”, ha detto Anne Olhoff, direttrice del Centro sul clima di Copenaghen dell’Unep e principale autrice dello studio. Gli obiettivi di Parigi, ha aggiunto, restano raggiungibili, a patto che i Paesi vadano oltre i propri impegni più ambiziosi.
La strada del rientro
Lo scenario su cui si concentra il rapporto è quello di un superamento “più basso possibile”: il riscaldamento tocca un massimo di 1,7-1,8 gradi intorno alla metà del secolo e poi torna a 1,5 gradi, o sotto, entro il 2100. Per riuscirci le emissioni globali dovrebbero calare del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040 rispetto al 2025, cioè di quasi il 6% l’anno fino al 2035. È un ritmo più serrato di quello indicato nell’ultimo rapporto di valutazione dell’Ipcc.
In concreto, entro il 2035 la capacità elettrica rinnovabile andrebbe triplicata rispetto al 2025, la quota del carbone nell’approvvigionamento energetico più che dimezzata e le emissioni di metano ridotte di un quarto. Servirà anche rimuovere dall’atmosfera e stoccare in modo permanente circa 320 miliardi di tonnellate di CO2 entro fine secolo, l’equivalente di otto volte le emissioni del 2024. È la parte più incerta del percorso, perché le tecnologie di rimozione sono costose, in buona parte da dimostrare e non sempre prive di rischi. Per questo l’Unep insiste che possono affiancare la riduzione delle emissioni, mai sostituirla.
Cosa ha funzionato
Il rapporto non registra solo ritardi. La corsa delle rinnovabili ha superato le previsioni. Dal 2015 il solare fotovoltaico è cresciuto sette volte più rapidamente delle stime e l’eolico ha superato le proiezioni più ottimistiche. Con politiche di sostegno aggiuntive, secondo l’Unep, la capacità rinnovabile potrebbe triplicare già entro il 2030. Fuori dal settore elettrico, però, i progressi sono molto più lenti.
Accelerare, peraltro, porterebbe vantaggi anche in termini di occupazionee di riequilibrio sociale. Gli autori hanno censito 63 cambiamenti strutturali che hanno già ridotto in modo significativo le emissioni in diversi Paesi, dagli investimenti nelle rinnovabili alle tasse sul carbonio. La proposta è estenderli su scala globale e a tutti i comparti dell’economia: gli strumenti sono stati collaudati, quello che manca è la scala.
Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha riassunto il messaggio così: “Il superamento non significa arrendersi”. Per la direttrice esecutiva dell’Unep, Inger Andersen, il cambio di passo deve cominciare adesso, non più avanti. Alla Cop31 si capirà se i governi intendono davvero recuperare il tempo perso.
