22 Ottobre 2026
/ 22.10.2026

Emissioni in calo e PIL in crescita: senza carbone l’Italia può farcela

Secondo le stime di ISPRA, nel 2026 i gas serra scendono dell’1,5% mentre l’economia cresce dello 0,8%. A trainare il calo è soprattutto il minor uso del carbone. Ma il rinvio dell’uscita da questo combustibile rischia di frenare un percorso che i numeri dicono già percorribile

Crescere inquinando meno si può. Lo dicono i dati diffusi da ISPRA, che nella sua stima trimestrale prevede per il 2026 una riduzione delle emissioni di gas serra dell’1,5% rispetto all’anno precedente, a fronte di un PIL in aumento dello 0,8%. È il cosiddetto disaccoppiamento: l’economia va avanti, le emissioni climalteranti arretrano. Un segnale ancora fragile, da consolidare, ma che indica con chiarezza da dove passa la strada.

A spingere verso il basso la curva è soprattutto il carbone. Il suo minor impiego si riflette in modo netto sull’industria, dove le emissioni scendono del 7,7%. Seguono la produzione di energia, con un -1,4%, e il riscaldamento, con un -1,2%, in linea con l’andamento dei consumi di gas naturale. I trasporti restano quasi fermi (-0,2%): il calo del gasolio per autotrazione è in parte compensato dall’aumento della benzina. Nessuna variazione di rilievo, invece, per agricoltura e rifiuti.

La domanda di elettricità

Il quadro elettrico completa il ragionamento. Nel 2026 la domanda di elettricità ha raggiunto 156.671 GWh, il 2,5% in più rispetto al 2025 e il 3,3% in più sul 2024. Eppure le rinnovabili ne hanno coperto il 42,8%, contro il 41,1% delle fonti fossili e il 16,2% arrivato dall’estero. Consumiamo più energia, ma una quota crescente è pulita. “La crescita economica e la sostenibilità ambientale possono procedere insieme”, ha sottolineato la presidente di ISPRA e SNPA Maria Alessandra Gallone.

Il punto, allora, è politico prima che tecnico. Se il carbone è la leva che più di ogni altra sta facendo scendere le emissioni, completare l’uscita da questo combustibile è il modo più rapido ed economico per avvicinarsi agli obiettivi climatici europei e nazionali. E l’Italia è già a un passo dal traguardo: il Paese aveva fissato l’uscita dal carbone entro il 2025 con la Strategia energetica nazionale del 2017, confermandola poi nel PNIEC, con una scadenza più lunga, fino al 2028, per la Sardegna. Oggi meno del 2% dell’elettricità nazionale viene prodotta bruciando carbone.

Un emendamento pericoloso

Eppure la direzione presa va in senso opposto. Un emendamento al decreto Bollette (DL 21/2026) ha spostato al 31 dicembre 2038 la dismissione definitiva delle centrali a carbone, lasciando in piedi i quattro impianti rimasti – Sulcis e Fiume Santo in Sardegna, Brindisi e Civitavecchia sul continente – per circa 4,7 GW complessivi. La motivazione è la sicurezza energetica, ma la scelta solleva più di un dubbio.

Brindisi è ferma dal 2024, Civitavecchia non ha prodotto energia nel 2025 e dal 1° gennaio 2026 nessuna delle due può più usare carbone. Per riaccenderle servirebbe un nuovo iter autorizzativo, dall’esito e dai tempi tutt’altro che scontati, e con ogni probabilità ripartirebbe l’opposizione dei territori. Intanto la riserva costa: secondo il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, tra luglio 2024 e luglio 2025 i due impianti sono stati pagati 78,3 milioni di euro senza produrre, di fatto, un solo kilowattora.

Rinviare di 12 anni? No grazie

La strada, insomma, è percorribile e in buona parte già percorsa. I numeri di ISPRA mostrano che chiudere definitivamente con il carbone non mette a rischio la crescita, anzi la accompagna. Le risorse spese per tenere in vita impianti inattivi potrebbero andare a reti, accumuli e rinnovabili, cioè agli strumenti che garantiscono davvero la sicurezza del sistema. Restano da sciogliere i nodi più difficili, dai trasporti al riscaldamento degli edifici, dove i progressi sono ancora timidi. Ma rinunciare al carbone è il passo più semplice, e rimandarlo di altri dodici anni significherebbe sprecare il vantaggio accumulato.

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