29 Ottobre 2026
/ 28.10.2026

“Consumo di suolo”: un indicatore che registra anche la soluzione

Nel totale calcolato da Ispra ci sono sia l’impermeabilizzazione sotto edifici, strade e piazzali sia impianti solari che non rappresentano un consumo di suolo irreversibile e occupano una frazione minima di territorio aiutandoci a frenare la crisi climatica

Nel 2024 l’Italia ha consumato 83,7 chilometri quadrati di suolo, il 15,6 per cento in più dell’anno prima, al ritmo di 2,7 metri quadrati al secondo. Dentro quel totale ci sono 1.702 ettari di fotovoltaico a terra, contro i 420 del 2023 e i 263 del 2022, e l’80 per cento di quegli ettari era prima superficie agricola. Un quinto abbondante del peggioramento annuale viene da impianti costruiti per ridurre le emissioni.

Il sistema nazionale per la protezione dell’ambiente distingue due cose dentro la stessa cifra. C’è il consumo di suolo permanente, cioè l’impermeabilizzazione sotto edifici, strade e piazzali, e c’è il consumo di suolo reversibile, che raccoglie le altre forme di rimozione o artificializzazione. Il consumo netto si ottiene poi sottraendo le aree ripristinate nell’anno, e nel 2024 è stato di 78,5 chilometri quadrati contro gli 83,7 lordi. Un campo fotovoltaico con i moduli appoggiati su strutture rientra nella seconda categoria, un capannone nella prima, e il dato che arriva ai titoli le somma.

La distinzione pesa, perché le alternative esistono e sono quantificate. ISPRA stima fra 870 e 1.137 chilometri quadrati la superficie netta di tetti disponibile per nuovo fotovoltaico in Italia, l’equivalente di una potenza installabile fra 84 e 110 gigawatt sugli edifici che già ci sono. Finché il numero unico non separa il cemento dai pannelli smontabili, il confronto fra mettere gli impianti sui tetti e metterli nei campi non si legge nella statistica che tutti citano.

Immaginate un registro sanitario che misuri i centimetri quadrati di pelle coperti d’inchiostro e conti allo stesso modo un tatuaggio e un disegno fatto col pennarello lavabile. Il totale sale, la curva annuale è onesta, e ogni singola misurazione è corretta. Chi legge il totale però pensa ai tatuaggi, perché è quello che la parola inchiostro evoca, e nessuno saprà mai quanta parte di quella superficie sparisce con il sapone.

Il quadro normativo italiano non aiuta a tenere separate le due cose. Il 16 luglio 2026 la Corte costituzionale ha depositato la sentenza 127, che conferma il divieto di installare in zona agricola impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra, mentre restano ammessi gli impianti agrivoltaici con moduli non collocati a terra. La Corte precisa che a governare l’accesso a quei suoli è la loro destinazione urbanistica e non l’uso effettivo, e che l’impianto agrivoltaico è una species del più ampio genus degli impianti fotovoltaici. Il divieto distingue per tipo di struttura, mentre la statistica nazionale somma.

A livello di legge ordinaria manca la cornice. Il 23 luglio 2026 il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro ha approvato un disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo, e nel presentarlo scrive che “nell’ordinamento nazionale non c’è una disciplina organica in materia”. La direttiva europea sul monitoraggio del suolo, entrata in vigore a dicembre 2025, fissa principi di mitigazione e chiede agli Stati di mantenere l’impermeabilizzazione il più reversibile possibile, senza indicare un anno obiettivo.

Chi difende il fotovoltaico a terra ha un argomento misurabile. Come ha scritto Gianluca Ruggieri sul sito della cooperativa ènostra nel dicembre 2025, un impianto solare è un cambio di uso del suolo e non un consumo irreversibile come un’autostrada o un polo logistico, e a parità di energia prodotta occupa una frazione minima della terra richiesta dalle colture per biocarburanti. Lo stesso ISPRA esclude questi impianti dalla classifica dei Comuni per consumo di suolo, cioè li tratta come una trasformazione di natura diversa quando confronta i territori, pur contandoli quando somma. Resta che la categoria dice che la trasformazione si può annullare, non che verrà annullata.

Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Consumo di suolo” sta vicino a “Biodiversità” (art. 27), dove un concetto a più dimensioni viene seguito con una metrica sola, e a “Forestazione” (art. 29), dove processi con bilanci opposti finiscono sotto un’unica voce. Il meccanismo qui è specifico: un indicatore che somma il permanente e il reversibile peggiora quando cresce la soluzione, e il lettore attribuisce l’intero peggioramento alla causa.

La prossima volta che leggete una cifra sul consumo di suolo italiano, la domanda da farsi è una: quanta parte di quel numero è impermeabilizzazione e quanta è un impianto che si può smontare? La distinzione c’è nei dati del sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, e quasi mai nel titolo che li riporta.

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