Ogni giorno in Italia scompaiono sotto cemento, asfalto e altre superfici artificiali oltre 280 mila metri quadrati di terreno. Nel 2025 il consumo di suolo ha raggiunto 102,4 chilometri quadrati, il 22,4% in più rispetto all’anno precedente. Il ritmo è di 3,2 metri quadrati al secondo, il più alto degli ultimi anni. Eppure, sul territorio nazionale esistono oltre 2.100 chilometri quadrati di superfici potenzialmente recuperabili, una disponibilità che potrebbe ridurre la necessità di occupare nuovi terreni.
È uno dei dati più interessanti del Rapporto sul consumo di suolo 2026, pubblicato il 27 ottobre dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa). Per la prima volta, lo studio affianca alla misurazione del fenomeno una mappa delle aree che potrebbero essere recuperate, indicando alle amministrazioni dove intervenire per limitare nuove costruzioni e restituire spazio alla natura.
Dove avanza il cemento
Oggi edifici, infrastrutture e altre superfici artificiali occupano 21.644 chilometri quadrati, il 7,19% del territorio italiano, contro una media europea del 4,4%. Nel 2025 sono stati ripristinati appena 746 ettari, a fronte degli oltre 10.200 consumati. Il bilancio netto è negativo per quasi 9.500 ettari, il valore più alto dal 2012.
La Sicilia registra la perdita maggiore, con 1.619 ettari, seguita da Lazio (1.436), Puglia (1.198) e Lombardia (1.093). Quest’ultima resta la regione con la quota più elevata di territorio artificializzato, il 12,27%, davanti a Veneto e Campania.
Il consumo di suolo continua anche nelle zone più vulnerabili: 1.106 ettari in più nelle aree a rischio alluvione e 707 in quelle a rischio frana. Coprire il terreno con superfici impermeabili impedisce all’acqua piovana di infiltrarsi nel suolo, aumentando il deflusso superficiale e aggravando i rischi in territori già esposti.
Le nuove pressioni sul territorio
Oltre la metà delle nuove trasformazioni riguarda i cantieri, che nel 2025 hanno occupato 5.387 ettari. Cresce la logistica, con 390 ettari aggiuntivi, soprattutto in Piemonte e Lazio.
Anche la transizione energetica richiede spazio. Gli impianti fotovoltaici a terra hanno interessato altri 2.798 ettari, quasi quaranta volte il valore del 2021. Un dato che rende particolarmente importante la scelta delle superfici da utilizzare, privilegiando dove possibile tetti e aree già artificializzate, o utilizzando tecniche come l’agrivoltaico che permettono di ampliare l’offerta di rinnovabili lasciando la disponibilità del suolo per usi agricoli o pastorali.
Nelle città, intanto, si perdono alberi e spazi verdi. Nel 2025 sono scomparsi 4.231 ettari di verde e 320 ettari di copertura arborea. Le conseguenze si avvertono soprattutto d’estate: nelle zone più impermeabilizzate le temperature superficiali possono superare di oltre 10 gradi quelle delle campagne circostanti, mentre una maggiore presenza di alberi è associata a temperature fino a 1,6 gradi inferiori.
Le aree da recuperare ci sono già
La nuova mappatura Ispra individua oltre 2.100 chilometri quadrati di superfici potenzialmente recuperabili, ai quali si affiancano 3.281 chilometri quadrati utilizzabili per la forestazione urbana e 1.116 chilometri quadrati di tetti adatti all’installazione di pannelli fotovoltaici. Le sole aree pubbliche urbane idonee al ripristino superano i 35 mila ettari, soprattutto in Lazio, Lombardia e Veneto. Tra i comuni, Roma presenta le maggiori disponibilità. Il rapporto segnala inoltre quasi 9,6 milioni di abitazioni non occupate, una risorsa da valutare per il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente.
Le possibilità comprendono la rimozione di pavimentazioni inutilizzate, la creazione di nuovi spazi verdi e il recupero degli edifici. Si tratta di superfici potenzialmente disponibili, non di interventi già programmati: la loro effettiva utilizzabilità richiede valutazioni e scelte urbanistiche.
Il regolamento europeo sul ripristino della natura impone intanto di arrestare entro il 2030 la perdita netta di verde e copertura arborea negli ecosistemi urbani, per aumentarli progressivamente dal 2031.I numeri del rapporto misurano la distanza dall’obiettivo: nel 2025, per ogni ettaro restituito alla natura, quasi quattordici sono stati consumati. La nuova mappatura offre a Comuni e Regioni uno strumento per individuare le alternative. Resta da tradurre quelle superfici disponibili in progetti di recupero, prima che altro terreno venga occupato.
