5 Maggio 2026
/ 4.05.2026

Appello dall’Europa: l’Italia fermi il ddl sulla caccia

Mai prima d’ora tante organizzazioni di Paesi diversi avevano unito le loro voci per chiedere a un governo italiano di fermare una proposta di legge in materia ambientale

Quarantasei organizzazioni ambientaliste europee per la protezione degli uccelli – tutte aderenti a BirdLife Europa e Asia Centrale – hanno inviato una lettera alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e stanno scrivendo ai 44 ambasciatori italiani presenti nel continente. Il tema è il disegno di legge n. 1552 sulla caccia, attualmente all’esame del Parlamento italiano. Mai prima d’ora tante organizzazioni di Paesi diversi avevano unito leloro voci per chiedere a un governo italiano di fermare una proposta di legge in materia ambientale.

Il messaggio non lascia spazio a fraintendimenti: “Siamo profondamente preoccupati per il disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento italiano che indebolisce in modo significativo il quadro normativo italiano in materia di protezione degli uccelli selvatici”. È l’incipit della lettera inviata alla presidente del Consiglio.

Tutele stravolte

Il ddl è nel mirino perché – sottolineano le associazioni di BirdLife Europe, di cui la Lipu è il partner italiano – stravolge le tutele finora garantite alla biodiversità. I punti contestati sono precisi e tecnici. Il disegno di legge, si legge nella lettera, “consente la caccia durante il periodo della migrazione prenuziale degli uccelli, reintroduce l’uso di richiami vivi, amplia l’area in cui è consentita la caccia e presenta altre misure notevolmente dannose in violazione di molti articoli della Direttiva Uccelli tra cui gli articoli 7 e 8″.

La Direttiva Uccelli è uno dei cardini della legislazione ambientale europea e stabilisce che gli uccelli selvatici godano di protezione integrale su tutto il territorio dell’Unione Europea. L’articolo 7 disciplina la caccia consentendo agli Stati membri di derogare alla protezione solo per alcune specie e solo fuori dal periodo di riproduzione e di migrazione prenuziale (il viaggio di ritorno verso i luoghi di nidificazione a primavera). L’articolo 8 vieta metodi di caccia di massa o non selettivi, tra cui l’uso di richiami vivi., E il ddl italiano vìola entrambi questi articoli,accusano le 46 organizzazioni firmatarie.

Ma al di là dei singoli punti, c’è un argomento di fondo che le organizzazioni europee tengono a sottolineare: l’Italia non è un Paese qualunque quando si parla di uccelli migratori. La sua posizione geografica – una penisola che si allunga nel cuore del Mediterraneo, protesa tra il continente europeo e il continente africano – la rende un passaggio obbligato per miliardi di uccelli ogni anno. Primavera e autunno, le rotte migratorie attraversano il Paese da nord a sud e da est a ovest, trasformando l’Italia in uno dei luoghi più critici d’Europa per la conservazione di centinaia di specie.

Gli uccelli selvatici non appartengono a un singolo Paese

Ogni stormo che passa sull’Italia ha individui che nidificheranno in Scandinavia, in Russia, nei Paesi baltici, nell’Europa centrale. Se una parte di questi uccelli non arriva a destinazione – perché abbattuta lungo la rotta – le popolazioni di tutto il continente ne risentono. Gli uccelli selvatici non appartengono a un singolo Paese: sono un patrimonio comune, e il loro destino dipende da ciò che accade in ogni punto del loro percorso.

È proprio questa consapevolezza a rendere la lettera più di una semplice protesta. Le 46 organizzazioni non stanno dicendo all’Italia come gestire la propria fauna: stanno ricordando che quella fauna è anche loro. “Proteggere adeguatamente la natura in Italia significa salvaguardare un vero tesoro di natura e un patrimonio caro a molti cittadini europei”, si legge nel testo della lettera. Un argomento che trasforma la questione da affare interno a responsabilità condivisa.

La preoccupazione non nasce dal nulla. Negli ultimi decenni le popolazioni di uccelli in Europa hanno subìto un crollo drammatico. I dati raccolti da BirdLife International e da Eurostat stimano che dal 1980 a oggi il numero di uccelli comuni nei Paesi europei si sia ridotto di circa 600 milioni di individui: più di uno su quattro. Le cause sono varie: la distruzione degli habitat naturali, l’uso massiccio di pesticidi in agricoltura, il cambiamento climatico, la frammentazione del territorio. E, in alcuni Paesi, la pressione venatoria.

Contrari al ddl anche molti giuristi

In questo contesto, le associazioni di BirdLife Europe sostengono che la direzione giusta sia opposta a quella indicata dal ddl italiano. “Sono necessarie norme più severe per proteggere e ripristinare la natura”, si legge nella lettera, “in considerazione sia del fatto che molte specie devono affrontare gravi minacce, oltre la caccia, quali la perdita degli habitat naturali e il cambiamento climatico, sia dell’importanza biologica unica rappresentata dall’Italia”. In altri termini: il problema è già abbastanza grave senza che le tutele vengano smantellate.

Il ddl n. 1552 ha avuto un percorso parlamentare tortuoso. Ha raccolto critiche non solo dalle associazioni ambientaliste ma anche da esperti giuridici e dalla Commissione Europea, che ha già avviato procedure di infrazione contro l’Italia per il mancato rispetto della Direttiva Uccelli in alcune regioni. Approvare una legge che – nella lettura delle 46 organizzazioni firmatarie – viola ulteriormente quella stessa direttiva significherebbe aggravare la posizione italiana di fronte alle istituzioni europee.

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