La scena è di quelle che segnano un’epoca. Il 28 aprile scorso, nella sala dei banchetti del Parlamento neozelandese a Wellington, cinque kiwi sono stati presentati a una platea di trecento persone. Politici, cittadini e leader indigeni, tutti in religioso silenzio. Quando un bambino ha raccolto una piccola piuma marrone caduta a terra, sua madre gli ha sussurrato di custodirla come un tesoro. Per la prima volta nella storia, il simbolo vivente del Paese varcava la soglia del potere politico per celebrare un successo ecologico straordinario.
Quella sera, il rilascio del 250° kiwi nelle aree selvagge della capitale ha sancito la fine di un esilio durato oltre cento anni.
Dai 12 milioni ai santuari
Prima dell’arrivo dell’uomo, la Nuova Zelanda contava circa 12 milioni di kiwi. Oggi ne restano 70.000, con un calo annuo del 2% nelle aree non gestite. Questo uccello notturno, timido e incapace di volare, è il bersaglio perfetto per i predatori introdotti dai coloni europei: ermellini, ratti e gatti selvatici fanno strage di uova e pulcini.
Per decenni la conservazione ha puntato sull’isolamento, confinando i kiwi in isole remote o santuari recintati. Una strategia che salvava la specie ma la nascondeva agli occhi dei cittadini: il kiwi restava sulle monete e stampato sulla coda degli aerei, ma spariva dall’esperienza reale dei neozelandesi.
La rivoluzione del Capital Kiwi Project
Paul Ward, fondatore del Capital Kiwi Project, ha deciso di invertire la rotta: “I luoghi in cui vivono le persone sono anche quelli dove possiamo riportare gli animali, perché abbiamo i mezzi per proteggerli”, si legge sul Guardian. L’obiettivo è far convivere il selvatico con una metropoli di 400.000 abitanti.
I risultati hanno superato ogni previsione. Per ottenere il via libera dal Dipartimento per la Conservazione (DOC), il progetto doveva garantire un tasso di sopravvivenza dei pulcini del 30%. Grazie a una gestione scientifica e comunitaria, è stato raggiunto un, prima impensabile, 90%. Wellington ospita oggi la più grande popolazione urbana di kiwi selvatici al mondo.
Una rete di trappole e di relazioni
Il segreto del successo è tecnologico e, insieme, sociale. Il progetto copre 24.000 ettari con 5.300 trappole per ermellini – principali predatori dei pulcini di kiwi – la rete più densa del Paese. Oltre 100 proprietari terrieri hanno aperto le loro fattorie, mentre volontari, ciclisti e tribù locali monitorano il territorio. “È una rete di trappole, ma è anche una rete di relazioni”, ha spiegato Ward. Per i Māori, il kiwi è una specie taonga (preziosa), un dono da proteggere. La sera del rilascio alla stazione di Terawhiti, tra la nebbia e il ronzio delle turbine eoliche, la preghiera tradizionale (karakia) ha suggellato un patto tra uomo e natura che va oltre la semplice ecologia.
Wellington come modello?
Wellington è oggi l’apripista del piano nazionale Predator Free 2050. La sfida vinta dalla capitale dimostra che la separazione tra città e natura non è inevitabile. Se si eliminano i predatori, la biodiversità torna a casa. Oggi, a pochi chilometri dal centro, i ciclisti avvistano i kiwi sui sentieri e gli abitanti ne sentono il richiamo notturno dai portici delle case.
Le voci critiche: oltre il “miracolo” di Wellington
Nonostante l’entusiasmo, parte della comunità scientifica invita alla cautela. Uno studio dei ricercatori Wayne Linklater e Jamie Steer, intitolato “Predator Free 2050: A flawed conservation policy” (2018), definisce il piano nazionale una “scelta politica imperfetta“, basata più su un atto di fede che su tecnologie attualmente esistenti o finanze certe. Secondo gli esperti, focalizzarsi ossessivamente sullo sterminio dei predatori rischia di drenare risorse da priorità più urgenti, come il ripristino degli habitat e la protezione delle aree umide.
Inoltre, lo studio evidenzia come la rimozione forzata di soli cinque predatori da ecosistemi complessi possa causare effetti “a cascata” imprevisti, favorendo l’esplosione di altre specie invasive non incluse nel piano. Linklater e Steer sollevano infine dubbi etici e sociali: l’uso massiccio di veleni e la futura manipolazione genetica degli animali potrebbero erodere la fiducia del pubblico, spostando l’attenzione verso aree dove è più facile uccidere i predatori anziché dove la biodiversità è più vulnerabile. Se la biodiversità è l’obiettivo, concludono, l’eradicazione totale è secondaria rispetto alla necessità di garantire territori integri in cui la vita possa prosperare
La lezione di Wellington è chiara: la conservazione si misura con la capacità di far coesistere il selvatico con il nostro quotidiano. Quella piuma raccolta in Parlamento è il segno che il futuro della biodiversità passa anche per le nostre mani.
