Si chiamano apatites paralies, “spiagge incontaminate“, e quest’anno sono diventate 251. Il ministero dell’Ambiente e dell’Energia greco ha aggiornato l’elenco portandolo da 238 a 251 litorali dove non è possibile installare lettini, ombrelloni, chioschi, passerelle. Nessuno stabilimento, nessuna concessione balneare, nessun intervento che alteri la morfologia naturale della costa. L’accesso resta libero, il commercio no.
La maggior parte di queste aree ricade nella rete europea Natura 2000, il sistema di protezione degli habitat e delle specie più vulnerabili. Tra le isole note delle Cicladi e del Dodecaneso e quelle meno battute come Lefkada o Limnos, la mappa disegna un perimetro di tutela che il governo di Atene ha scelto di allargare, nonostante il turismo sia uno dei motori principali dell’economia nazionale.
Il progetto ha preso forma nel 2024, dopo anni di tensioni crescenti. Nel 2023 le cosiddette towel protests, manifestazioni spontanee diffuse nelle isole, avevano denunciato la progressiva occupazione degli arenili da parte degli stabilimenti privati. Le concessioni si moltiplicavano, il libero accesso al mare si restringeva, e la pressione turistica stava erodendo le coste. Le spiagge libere funzionano da barriera naturale contro l’erosione e le mareggiate, fenomeni sempre più frequenti a causa della crisi climatica e della cementificazione dei litorali.
Per le spiagge che restano aperte alle concessioni, la nuova normativa greca fissa limiti precisi: almeno il 50% dell’arenile deve restare libero, le installazioni devono lasciare un’area di rispetto di almeno 4 metri dalla battigia e la superficie di ciascuna concessione non può superare i 500 metri quadrati. Chi viola le regole rischia una multa pari a quattro volte il prezzo minimo d’asta e l’esclusione da ogni procedura di concessione per cinque anni. Per la prima volta vengono introdotte anche sanzioni tra i 2.000 e i 60.000 euro – per chi ostacola il libero accesso del pubblico al mare.
In Italia il tema è sul tavolo da anni, spesso incagliato tra diritti storici dei concessionari, normative europee e resistenze politiche. La scelta greca dimostra che la discontinuità è possibile: non tutte le spiagge devono essere prodotti turistici. Alcune possono, e secondo molti devono, restare semplicemente natura.
77 cicche ogni 100 metri
Mentre la Grecia traccia confini sulle mappe, in Italia Legambiente conta ciò che resta sulla sabbia. Il bilancio di dodici anni di monitoraggio – dal 2014 al 2026, in 653 transetti lungo le coste italiane – è impietoso: 50.053 mozziconi di sigaretta raccolti e catalogati, con una media di 77 cicche ogni 100 metri lineari di spiaggia. Al secondo posto nella classifica dei rifiuti più diffusi, subito dopo i frammenti di plastica.
I mozziconi costituiscono l’87% dei 57.099 rifiuti da fumo trovati nel periodo esaminato, una categoria che include accendini, pacchetti vuoti e scatole per tabacco. Ma il vero problema non è estetico: i filtri delle sigarette sono composti principalmente da acetato di cellulosa, una plastica che non si biodegrada facilmente. Con il tempo si frantuma in particelle sempre più piccole, alimentando quel flusso di microplastiche che si disperde nel mare e risale la catena alimentare. Uno studio dell’Università di Napoli Federico II ha mostrato che il processo di frammentazione continua anche dopo dieci anni dall’abbandono nell’ambiente.
Le specie più esposte sono quelle che vivono dove i mozziconi atterrano: la tartaruga Caretta caretta, che nidifica sempre più sulle coste italiane per via dell’aumento delle temperature, e il fratino, piccolo uccello simbolo dell’ecosistema dunale che in questo periodo costruisce i suoi nidi proprio tra la sabbia delle spiagge naturali. L’inquinamento da rifiuti e il disturbo umano stanno comprimendo gli spazi in cui entrambe le specie riescono ancora a riprodursi.
In Italia le sanzioni esistono già: il Collegato Ambientale del 2014 prevede multe tra i 30 e i 300 euro per chi abbandona cicche sul suolo, nelle acque o negli scarichi. Ma la mancanza di controlli efficaci rende la norma quasi lettera morta. Qualcosa si muove a livello locale: cresce il numero di Comuni che adottano ordinanze antifumo sul lungomare e sulla battigia. Roma ha recentemente esteso il divieto alle spiagge di Ostia, Castel Porziano e Capocotta, con un perimetro di 5 metri dalla battigia. Pesaro ha ampliato un’ordinanza già in vigore dal 2019, estendendola a tutto l’arenile. Ma sono ancora eccezioni.
Palloncini e salviette umide
Non solo sigarette. Tra le misure più recenti che provano a ridisegnare le abitudini estive ce ne sono alcune che colpiscono perché intervengono su attività apparentemente innocue. Il Comune ligure di Celle Ligure ha vietato il lancio di palloncini in aria. Una decisione che può sembrare strana, ma che risponde a un problema concreto: i palloncini, una volta liberati, ricadono nell’ambiente. I frammenti di lattice possono impiegare fino a 4 anni per degradarsi e rappresentano una minaccia reale per gli uccelli marini e le creature che vivono in mare, che li ingeriscono scambiandoli per cibo.
Sul fronte dei prodotti per l’igiene, la Scozia ha invece approvato (sarà operativo nell’agosto 2027) il divieto delle salviette umidificate contenenti plastica. Un passo che la Gran Bretagna attendeva da anni: questi prodotti sono responsabili di circa il 93% degli intasamenti nelle reti fognarie britanniche, e ogni anno rilasciano nell’ambiente milioni di frammenti di materiale sintetico. Il divieto promuove il passaggio a alternative completamente biodegradabili, con effetti attesi anche sulla qualità delle acque costiere.
Questi segnali, presi nel loro assieme, creano un quadro in cui la stagione balneare comincia a essere valutata non solo sotto l’aspetto economico immediato ma ancheper le ricadute sugli ecosistemi. La pressione sulle coste è cresciuta in modo costante negli ultimi decenni, e i suoi effetti – erosione, inquinamento, perdita di biodiversità, degrado degli habitat dunali – non sono più visibili solo ai ricercatori.
La scelta greca di sottrarre 251 litorali alla logica commerciale manda un segnale chiaro: il valore di una spiaggia non si misura solo in termini di posti lettino. Allo stesso tempo, i dati di Legambiente sulle coste italiane mostrano che il problema non è solo strutturale ma anche culturale: serve un cambiamento nelle abitudini quotidiane, dal mozzicone abbandonato al palloncino lanciato per festeggiare.
