Fucili in spiaggia, nei boschi, nelle campagne. Stagioni di caccia allargate. Un numero crescente di animali da mettere nel mirino, in ogni angolo del territorio nazionale. Non è la trama di un film distopico: è ciò che, secondo le associazioni ambientaliste e animaliste, potrebbe diventare realtà se il disegno di legge 1552 venisse approvato senza modifiche sostanziali. La proposta, voluta già lo scorso anno dal ministro Lollobrigida, modifica la legge nazionale sulla tutela della fauna selvatica e la regolamentazione della caccia (l. 157/1992), rimettendo in discussione decenni di conquiste normative.
Mercoledì 17, l’esame approda in aula al Senato. Ed è proprio alla vigilia di questa scadenza che sei tra le più importanti organizzazioni del settore – Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu-BirdLife Italia e WWF Italia – hanno scelto di alzare la voce con un comunicato congiunto dai toni insolitamente forti, invitando forze politiche di maggioranza e opposizione a schierarsi apertamente contro il testo.
Cosa prevede il disegno di legge
Le associazioni parlano di “distruzione della natura” e di “uccisione di un numero ancora maggiore di animali selvatici per l’esclusivo divertimento dei cacciatori“. Il testo, assicurano, comprometterebbe la sicurezza pubblica – privando i cittadini della libertà di muoversi senza rischi in spazi aperti – e violerebbe sia il dettato costituzionale sia il diritto europeo.
Tra i punti più contestati: l’estensione delle specie cacciabili, la riduzione dei periodi di divieto, l’apertura a nuovi ambiti territoriali oggi off-limits, l’allentamento dei vincoli sul porto d’arma. Un pacchetto di misure che, continuano le associazioni, smantellerebbe l’impianto protettivo costruito in oltre trent’anni di legislazione ambientale.
L’appello alla politica
Il comunicato delle sei organizzazioni non si limita a denunciare i contenuti del ddl: punta direttamente alla classe politica, di governo e opposizione, chiedendo “la massima mobilitazione” e “l’attivazione di tutti gli strumenti democratici necessari”. In cima alla lista delle richieste c’è la presenza fisica dei leader e dei parlamentari negli eventi di protesta e in aula all’avvio della discussione.
Le associazioni invitano inoltre ogni esponente politico a dichiarare pubblicamente la propria contrarietà al testo adottando l’hashtag #iomioppongo, e a diffondere il messaggio attraverso interviste televisive e radiofoniche, comunicati e post sui social media. Un appello che punta a rendere visibile lo schieramento contro la riforma.
Un conflitto che dura da anni
Il ddl 1552 non nasce nel vuoto. Il rapporto tra caccia e conservazione della natura è da sempre terreno di scontro in Italia, con fazioni che si fronteggiano su dati, studi scientifici e valori. Da un lato i sostenitori della caccia rivendicano un’attività tradizionale e il diritto a regolamentarla con criteri aggiornati; dall’altro il mondo ambientalista richiama l’urgenza della crisi della biodiversità e la necessità di ampliare, non ridurre, le tutele.
L’iter parlamentare entra ora nel vivo con l’avvio della discussione in aula al Senato. Le prossime settimane diranno se l’appello delle associazioni troverà ascolto tra i banchi del Parlamento o se la riforma procederà spedita verso l’approvazione. Sul piatto, secondo chi si oppone, c’è molto più di una legge sulla caccia: è in gioco “il senso stesso della democrazia”, come scrivono le associazioni, e la capacità delle istituzioni di proteggere beni comuni – la natura, la sicurezza, la biodiversità – di fronte a interessi particolari.
L’hashtag #iomioppongo è online. Ora tocca alla politica.
