19 Giugno 2026
/ 19.06.2026

Dopo mille anni si arrende la quercia di Robin Hood

La Quercia Maggiore della foresta di Sherwood –undici metri di circonferenza – è morta per colpa del clima, del turismo di massa e di decenni di cure sbagliate. Una storia che riguarda anche noi

Nella foresta di Sherwood, nel Nottinghamshire, c’è un’assenza nuova. La Quercia Maggiore – undici metri di circonferenza, una chioma che si estendeva per ventotto metri, oltre mille anni di vita – non ha prodotto foglie questa primavera. L’albero più celebre d’Inghilterra, e uno dei più antichi d’Europa, è morto.

Alla leggenda di Robin Hood era legata da secoli: si narrava che il fuorilegge e la sua banda vi trovassero rifugio durante la fuga dallo sceriffo di Nottingham. Ogni anno attirava 350 mila visitatori. Era un luogo, un simbolo, quasi una presenza. Nell’inverno del 2010, la neve caduta sul tronco aveva disegnato l’immagine di Fra Tuck – e la foto aveva fatto il giro del mondo.

Una morte annunciata in tre atti

La sua fine non ha una sola causa. C’è una sovrapposizione di traumi accumulati nel tempo. Il primo è il turismo: due secoli di visitatori hanno compattato il terreno intorno alle radici, privandolo di ossigeno e vita microbica. Il secondo è industriale: l’estrazione del carbone nel sottosuolo ha alterato la falda acquifera. Il terzo è climatico: quello più recente e più brutale.

Cinque estati consecutive con scarse precipitazioni e temperature anomale hanno logorato l’albero fino all’osso. Il colpo finale lo ha assestato l’ondata di calore del luglio 2022, quando la Gran Bretagna ha superato per la prima volta i quaranta gradi. Una quercia millenaria che aveva attraversato invasioni, carestie e pestilenze non ha retto a quattro decenni di riscaldamento globale.

Il paradosso delle cure

C’è un dettaglio che colpisce, in questa storia: anche i tentativi di salvarla hanno contribuito alla fine. Nel 1904 vennero installati puntelli e catene metalliche per sostenere i rami. Negli anni Sessanta le cavità del tronco furono riempite di cemento, i rami rivestiti di piombo, poi di fibra di vetro. Interventi che sembravano ragionevoli, forse necessari. Ma che si sono rivelati sbagliati.

Le querce antiche, se lasciate indisturbate, perdono i rami con l’età e crescono verso il basso, riducendo il proprio fabbisogno idrico. È una strategia di sopravvivenza affinata in millenni. I supporti artificiali impedivano all’albero di seguire quel percorso: lo costringevano a pompare acqua verso i rami esterni anziché concentrare le energie nel tronco. La Quercia Maggiore non ha mai potuto invecchiare come avrebbe voluto.

La RSPB, che gestisce il sito dal 2018, aveva tentato negli ultimi tre inverni di arieggiare e nutrire le radici soffocate, con qualche risultato nel terreno. Troppo tardi. L’anno scorso pochissime foglie; quest’anno nemmeno un germoglio.

Resterà in piedi

Il tronco non verrà abbattuto. Il legno morto ospita un quarto di tutte le specie forestali, e la quercia conserva un valore ecologico che non scompare con l’ultima foglia. Resterà in piedi a fare ciò che le querce antiche sanno fare anche da morte.

Ma la storia di questo albero vale la pena di raccontarla non solo come notizia di cronaca ambientale. Vale come specchio. Ci mostra cosa succede quando un essere vivente viene amato nel modo sbagliato: troppi visitatori, troppi interventi, troppa cura mal calibrata. E ci mostra cosa succede quando il clima cambia più in fretta di quanto un organismo millenario riesca ad adattarsi.

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