25 Aprile 2026
/ 24.04.2026

La fotografia come atto di resistenza

Oltre 57 mila scatti, 141 Paesi, tre immagini che sintetizzano le fratture del 2025. Vince Carol Guzy con un padre strappato alle figlie da un agente dell'immigrazione. C'è anche un'italiana tra i premiati

C’è una fotografia che non si dimentica facilmente. Due bambine si aggrappano al padre, Luis, un migrante ecuadoriano, nel corridoio di un palazzo federale di New York. Gli agenti dell’ICE lo stanno portando via. Non ha precedenti penali. Era lì per un’udienza al tribunale dell’immigrazione. La foto si chiama Separated by ICE, l’ha scattata Carol Guzy per il Miami Herald nell’agosto del 2025, ed è la Foto dell’Anno del World Press Photo 2026, il più antico e autorevole riconoscimento del fotogiornalismo mondiale.

La fondazione ha annunciato i vincitori il 23 aprile ad Amsterdam, dove il giorno successivo ha aperto la mostra principale alla De Nieuwe Kerk. I numeri di questa edizione danno la misura dell’impresa: 57.376 fotografie selezionate, 3.747 fotografi da 141 Paesi, sei giurie regionali e una globale. Alla fine, un’immagine porta a casa il riconoscimento più importante. E quella scelta dalla presidente di giuria Kira Pollack – ricercatrice a Harvard, ex direttrice della fotografia di Time e Vanity Fair – dice qualcosa di preciso sull’obiettivo del fotogiornalismo nel 2026.

Guzy ha ripreso la scena in uno dei pochissimi edifici federali americani ancora accessibili ai fotografi: un singolo corridoio, presidiato giorno dopo giorno da un pugno di reporter. La famiglia di Luis – la moglie Cocha e tre figli tra i sette e i quindici anni – è rimasta sola dopo l’arresto. Era l’unico sostegno economico del nucleo. La foto cattura l’istante esatto in cui il danno si produce, prima che diventi statistica o memoria processuale. Guzy, che da anni segue le conseguenze delle politiche migratorie sulle famiglie, ha dedicato il premio a chi ha aperto le proprie vite alla sua macchina fotografica: “Questo riconoscimento appartiene a loro, non a me”.

I finalisti: Gaza e il Guatemala

Accanto allo scatto di Guzy, la giuria ha selezionato due finalisti che allargano il quadro delle urgenze globali del 2025. Il primo è Aid Emergency in Gaza di Saber Nuraldin per EPA Images: una folla di palestinesi che si arrampica su un camion carico di farina al valico di Zikim, durante una breve sospensione delle operazioni militari israeliane. Nel 2025 la carestia si è aggravata fino a livelli che una commissione ONU ha definito parte di un genocidio. L’immagine di Nuraldin non fa sconti: corpi compressi, urgenza collettiva, fame come arma. La giuria ha scritto che la composizione “costringe lo spettatore a fermarsi” davanti a una realtà che sarebbe più comodo ignorare.

Aid Emergency in Gaza
Saber Nuraldin, EPA Images

Il secondo finalista viene dal Guatemala. Victor J. Blue, per il New York Times Magazine, ha ritratto Doña Paulina Ixpatá Alvarado con altre donne Maya Achi fuori dal tribunale di Città del Guatemala il 30 maggio 2025, nel pomeriggio in cui tre ex membri delle milizie civili sono stati condannati a quarant’anni per stupro e crimini contro l’umanità. La battaglia legale era durata quattordici anni; i crimini risalivano al 1983. La fotografia di Blue sceglie la frontalità calma di chi ha aspettato decenni una sentenza. Nessuna gestualità enfatica, solo la presenza di donne che hanno trasformato la propria sopravvivenza in atto giuridico.

The Trials of the Achi Women
Victor J. Blue, for The New York Times Magazine

Un’italiana tra i premiati

Nell’edizione 2026 c’è anche una firma italiana da segnalare. Chantal Pinzi ha vinto nella categoria Storie per la regione Africa con il progetto Farīsāt: Gunpowder’s Daughters, dedicato alle donne che partecipano alla Tbourida marocchina, la tradizione equestre che rievoca antiche tecniche di guerra e che per secoli è rimasta esclusivamente maschile. Pinzi ha documentato cavallerizze che sfidano convenzioni sociali radicate, tra fumo e polvere da sparo, rivendicando il diritto di abitare una cultura che le aveva escluse. “Per secoli alle donne non è stato permesso di andare a cavallo”, ha spiegato la fotografa. “Oggi queste cavallerizze stanno riscrivendo la storia”. Un lavoro che si inserisce nel filo conduttore di questa edizione: storie di resistenza silenziosa, trasformazioni lente dentro strutture chiuse.

Un concorso che si interroga su sé stesso

Il modello adottato dal World Press Photo dal 2021 – con sei aree geografiche e giurie regionali distinte – sposta il baricentro del concorso. Quest’anno 31 dei 42 lavori premiati sono firmati da fotografi originari dei luoghi che hanno documentato. Significa che sempre meno il fotogiornalismo internazionale è lo sguardo esterno di chi arriva, scatta e riparte. Significa storie raccontate da dentro, con tempi e relazioni diverse. I partecipanti dal Sud America sono aumentati dell’11% rispetto al 2025, quelli dall’Asia-Pacifico del 14%.

I temi che attraversano l’edizione 2026 sono quelli che hanno segnato il 2025: i conflitti (Gaza, Ucraina), la crisi climatica (gli incendi a Los Angeles e in Spagna, le alluvioni nelle Filippine), le proteste (dalla Columbia University a Portland, dal Madagascar al Nepal), le battaglie per i diritti.

La mostra itinerante toccherà oltre 60 sedi in tutto il mondo. In Italia arriverà al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 7 maggio al 29 giugno, poi a Lodi per il Festival della Fotografia Etica (26 settembre – 25 ottobre) e infine a Bologna, alla Galleria Modernissimo (30 ottobre – 30 novembre). Vederla è il modo migliore per capire perché il World Press Photo esiste ancora: non per eleggere la fotografia più bella, ma per ricordarci che esistono luoghi in cui i diritti elementari vengono violati. E che qualcuno, con una macchina fotografica in mano, ha il coraggio di documentare gli abusi.

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