C’è un minuscolo intruso che da quaranta anni gira per i boschi italiani. Sempre meno ma ancora c’è. È il Cesio 137 uno dei radionuclidi emessi il 26 aprile 1986 dal collasso della centrale di Cernobyl. La nube radioattiva arrivò nel nostro Paese dopo alcuni giorni, malgrado le rassicurazioni delle autorità italiane che non avremmo pagato le conseguenze di quel disastro. Il Cesio 137 ancora c’è, in particolare nei funghi e in alcuni animali selvatici che li mangiano come i cinghiali. Niente di preoccupante, la radioattività è fortemente calata, e si possono tranquillamente mangiare i funghi e la carne di cinghiale.
Un memoriale radioattivo e un pericolo attuale
Ma resta, e sarà ancora rilevabile per alcuni decenni: un minuscolo memoriale di un immane disastro, che ancora una volta ci ricorda che “siamo tutti su una stessa barca” come disse Papa Francesco il 27 marzo 2020 nel pieno della pandemia di Covid, sotto una pioggia leggera, in una piazza San Pietro drammaticamente vuota di persone ma piena di messaggi. La stessa pioggia leggera che fece scendere il Cesio 137, solubile in acqua, su una parte del nostro territorio. E tutto questo va ricordato ancor più ora che la guerra in Ucraina mette a rischio le centrali nucleari di quel Paese, Cernobyl compresa, diventate bersagli dei russi.
Iodio 131 e Cesio 137: due radionuclidi, due destini
Ad aiutarci a capire passato e presente è chi si deve occupare proprio della nostra sicurezza. È Fabrizio Trenta, responsabile area sicurezza nucleare salvaguardie e protezione fisica dell’Ispettorato Nazionale per la sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (ISIN). Partiamo da 40 anni fa, dal gravissimo incidente che ha immesso in atmosfera una grande quantità di prodotti di fissione, ovvero tutti quei radionuclidi che si generano dalla fissione dei nuclei di U-235 contenuto nel combustibile nucleare.
“Tra i prodotti di fissione più abbondanti che si generano e possono essere trasportati dai venti a grandi distanze si trovano lo iodio 131 e il cesio 137“, spiega Trenta. “Mentre lo iodio 131 ha una vita media (ovvero il tempo necessario affinché il 50% dei nuclei radioattivi decada, riducendo dunque la radioattività iniziale del 50%) di circa 8 giorni, per cui decade molto velocemente, il Cesio 137 ha una emivita di 30 anni per cui, una volta disperso nell’ambiente, vi rimane per tempi molto più lunghi”. Diverse le conseguenze e quindi anche gli interventi necessari per tutelare la popolazione.
“Mentre lo iodio131 rappresenta l’indicatore più importante durante le prime fasi di un incidente (per proteggersi dal quale esistono delle specifiche contromisure come la somministrazione di iodio stabile alla popolazione interessata dalla nube radioattiva), nel medio-lungo termine il Cesio 137 rappresenta l’indicatore più importante e per il quale esistono altre contromisure per la protezione sanitaria della popolazione, tra cui il riparo al chiuso, il bando delle importazioni dalle aree interessate dal passaggio della nube radioattiva, il divieto di consumo di alcuni alimenti (latte, vegetali, carne, pesce)”, continua Trenta.
La contaminazione in Italia: a che punto siamo oggi
Tutte le contromisure da adottare in caso di incidente nucleare sono indicate nel Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari, aggiornato nel 2022. Ma torniamo al 26 aprile 1986. “Le sostanze radioattive che vennero rilasciate nell’ambiente durante l’incidente si diffusero maggiormente nelle regioni scandinave e dell’est Europa e vennero interessate anche alcune aree dell’Italia, in particolare del nord est”, ricorda Trenta. Proprio le aree dove ancora si trova il Cesio 137. “Grazie anche all’azione di dilavamento effettuata dagli agenti atmosferici, la presenza di Cesio 137 viene ancora rilevata in alcuni campioni ambientali su flora e fauna selvatica, in particolare i funghi che sono bio accumulatori e poi cinghiali che si nutrono di essi. Ma la concentrazione è molto bassa, tale da non determinare un rischio per la salute pubblica. Si possono mangiare, non creiamo allarmismi”.
Zaporizhzhia sotto le bombe
Insomma l’eredità di Cernobyl ancora c’è, la radioattività scenderà ancora e scomparirà tra più di un secolo, ma senza rischi. Invece preoccupano gli scenari di guerra. “Nessun impianto nucleare al mondo è progettato per resistere ad un bombardamento, ad ogni modo un tale evento presso la centrale di Zaporizhzhia avrebbe conseguenze soprattutto per le aree circostanti l’impianto, in quanto con i 6 reattori tutti spenti ormai da tempo non si potrebbe più realizzare una situazione come quella avvenuta a Cernobyl con il rilascio dei prodotti di fissione che raggiunsero la quota di migliaia di metri e vennero intercettati e trasportati dai venti a lunghe distanze”.
Le reti di monitoraggio
L’Italia potrebbe essere interessata ma con conseguenze non particolarmente gravi. “Sono state analizzate, in via molto cautelativa, le conseguenze di un rilascio di radioattività di entità pari a quella stimata per l’incidente di Cernobyl, localizzando l’evento nella centrale di Zaporizhzhya”, dice ancora Trenta. “La stima delle conseguenze, effettuata prendendo a riferimento condizioni meteorologiche che coinvolgono direttamente il territorio nazionale, consente di affermare che l’eventuale contaminazione non raggiungerebbe valori per i quali risulti necessario adottare misure protettive dirette sulla popolazione (la iodoprofilassi, ovvero la somministrazione di iodio stabile), mentre la contaminazione al suolo risultante potrebbe richiedere l’applicazione di provvedimenti restrittivi della produzione, distribuzione e consumo di alimenti, nonché di azioni a protezione del patrimonio zootecnico nelle aree colpite dal fall-out radioattivo”. Più o meno come quaranta anni fa. Ma ora siamo più preparati. Allora si scoprì che la rete di rilevamento era insufficiente, poche centraline e poco coordinamento.
“Dopo l’incidente di Cernobyl, in tutto il mondo vennero potenziate le reti di monitoraggio per la rivelazione della radioattività nell’ambiente, in particolare le reti automatiche di pronto allarme. A tal riguardo, organismi sovranazionali si sono organizzati per raccogliere i dati rilevati nei vari Paesi e provvedere un loro rapido scambio tra i Paesi stessi. A livello europeo, è stata costituita la piattaforma EURDEP che raccoglie tutti i dati provenienti dalle reti automatiche di pronto allarme in caso di incidente nucleare. A livello nazionale ISIN gestisce due reti di pronto allarme, la rete GAMMA con 64 centraline e la rete REMRAD con 6 centraline, che rappresentano due infrastrutture di rilievo nell’ambito della pianificazione della risposta alle emergenze radiologiche e nucleari: la rete Gamma, distribuita sul territorio nazionale, è in grado di monitorare la situazione radiologica in caso una nube radioattiva dovesse interessare il territorio nazionale, mentre la rete REMRAD, dislocata in punti specifici di confine del territorio nazionale, e dotata di una altissima sensibilità in grado di rilevare la più piccola presenza di radioattività in aria ed effettuare e fornire le analisi radiometriche in maniera completamente automatica”.
Il coordinamento delle emergenze
Oltre alle due reti dell’ISIN, sul territorio nazionale sono dislocate anche le reti di monitoraggio regionali e delle province autonome, gestite dalle varie Agenzie per la protezione ambientale (ARPA/APPA) e la rete dei Vigili del Fuoco distribuita in maniera capillare sul territorio nazionale. Infine Trenta ricorda che “in caso di incidente, il coordinamento e tutte le strutture a livello nazionale a vario titolo coinvolte, sono stabilite nel Piano nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari, che attribuiscono alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Protezione Civile il coordinamento delle operazioni. Sul territorio, le operazioni da svolgere sono poi trasmesse alle Prefetture che le coordinano e implementano sulla base dei piani sviluppati”.
Una situazione molto diversa dal 1986 quando su come intervenire si scontrarono diverse competenze: dal ministero dell’Interno a quella della Sanità, dalla Protezione civile ai ministeri dell’Industria e dell’Economia, dall’Enea all’Istituto superiore di Sanità. Oggi, “nel caso si verifichi una situazione di emergenza, l’ISIN ha il compito di allertare le Autorità Nazionali sulla base delle informazioni ricevute dai sistemi internazionali di pronta notifica, eseguire le prime valutazioni dell’evento e stimare, mediante i sistemi di previsione della dispersione atmosferica della radioattività presenti presso il proprio Centro Emergenze Nucleari, il potenziale interessamento del territorio nazionale. Inoltre, l’ISIN ospita e coordina il Centro di elaborazione e valutazione dati (CEVaD) composto da esperti in varie discipline che elaborano i dati raccolti e forniscono le proprie valutazioni alle Autorità responsabili della gestione dell’emergenza per l’individuazione dei provvedimenti necessari nonché a quelle preposte alla diffusione dell’informazione alla popolazione. Inoltre, nel corso dell’emergenza, ISIN coordina le attività della rete nazionale RESORAD che raccoglie tutti i dati prodotti su campioni ambientali a livello locale dai laboratori delle Agenzie regionali/provinciali, e li rende disponibili al CEVaD attraverso il sistema informativo nazionale della radioattività (piattaforma SINRAD)”. E anche questo è un importante passo avanti rispetto a quaranta anni fa, quando la trasparenza latitò abbondantemente.
