Duecentomila, trecentomila, forse di più. I numeri del lavoro irregolare nelle campagne italiane cambiano a seconda della fonte, ma convergono tutti su una certezza: il caporalato non è un fenomeno residuale né emergenziale. È strutturale. Lo dice il VII Rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto-Flai CGIL che stima in 200 mila i lavoratori irregolari nel comparto agricolo, pari al 30% della forza lavoro dipendente. Un settore che genera valore per 73,5 miliardi di euro e che tuttavia non riesce – o non vuole – fare a meno del lavoro sommerso.
A tenere alta l’attenzione sul tema è stata la due giorni Buono e Bio in Festa, che si è svolta il 6 e 7 giugno all’Orto Botanico di Roma, promossa dall’Assessorato al’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei Rifiuti di Roma Capitale, da FederBio e da Slow Food Italia, in collaborazione con Sapienza Università di Roma e Mountain Partnership-FAO. Un’iniziativa che ha scelto di non guardare dall’altra parte all’indomani dell’assassinio di quattro lavoratori migranti ad Amendolara, bruciati vivi in un’auto.
Un crimine che nasce da tre carenze
Il caporalato nasce dove lo Stato è assente. Tre le carenze fondamentali che lo alimentano: la mancanza di alloggi dignitosi – i 200 milioni del PNRR stanziati per eliminare i ghetti sono stati spesi solo in minima parte – l’assenza di trasporto collettivo per raggiungere i campi, la mancanza di un sistema di collocamento legale della manodopera. In questo vuoto prospera il caporale, che fornisce in maniera distorta un servizio reale: mettere in contatto domanda e offerta di lavoro agricolo. Un servizio criminale che esiste perché il sistema legale non sa, o non vuole, sostituirlo.
La legge ci sarebbe: è la 199 del 2016. Ma non viene applicata nelle sue linee fondamentali. Manca, tra l’altro, il pieno utilizzo dell’indice di coerenza, lo strumento che permette di verificare la congruenza tra le dimensioni di un’azienda agricola, la sua produzione e le ore di lavoro necessarie. Applicarlo significherebbe rendere molto più difficile nascondere il lavoro nero.
Il prezzo basso lo pagano i più deboli
C’è un paradosso al cuore di questo sistema, sottolineato anche da Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì : quando il prezzo di un prodotto alimentare è troppo basso, il consumatore non sta pagando il cibo, ma le spese di trasporto e di gestione della grande distribuzione organizzata. Il costo reale – fatto di lavoro, suolo, acqua, dignità – viene scaricato su chi non ha voce: i braccianti. E quando i prezzi salgono, il divario non si riduce. L’aumento del costo alla vendita dei prodotti alimentari ha finito per ampliare la forbice tra chi paga prezzi alti al supermercato e chi in campo riceve una remunerazione sempre più bassa.
“Per sradicare il caporalato dal sistema di produzione del cibo”, hanno detto Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, all’Ambiente e al Ciclo dei rifiuti del Comune di Roma, Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, e Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, in una dichiarazione congiunta, “serve un’alleanza tra tutte le forze in campo – dalle istituzioni ai consumatori, passando per produttori e distributori, cuochi e artigiani – affinché sia più semplice prevenirlo piuttosto che agire alla fine del processo per reprimerlo. Sono troppe le esternalità negative dietro al cibo, non solo ambientali ma anche sociali, che fanno pagare il prezzo più alto ai più deboli: lavoratori a basso reddito e contadini. Non è accettabile che lo sfruttamento sia considerato legittimo se garantisce un benessere”.
La Bossi-Fini produce irregolarità
Dietro il caporalato ci sono anche leggi sull’immigrazione che non funzionano. Il decreto flussi non risponde alle esigenze reali del mercato del lavoro agricolo, e la Bossi-Fini produce irregolarità per definizione: chi non ha documenti è ricattabile, e chi è ricattabile, lavora a qualsiasi condizione. Oggi l’agricoltura italiana senza manodopera straniera si ferma. Eppure le politiche migratorie continuano a ignorare questa realtà, alimentando il bacino di vulnerabilità da cui il caporalato attinge.
La soluzione indicata da più voci nel corso della due giorni è la regolarizzazione di chi già vive e lavora in Italia. Non come gesto di clemenza, ma come misura strutturale per sottrarre lavoratori al ricatto e restituire dignità a un settore che è la spina dorsale dell’alimentazione italiana. Tra le categorie più esposte, il rapporto Flai-CGIL stima in oltre 50.000 le lavoratrici in situazioni di vulnerabilità e sfruttamento, spesso con salari inferiori ai contratti, precarietà cronica e accesso limitato alle tutele sociali.
Il biologico come laboratorio di trasparenza
Nel dibattito di “Buono e Bio in Festa” è emerso il ruolo che in questo contesto l’agricoltura biologica può giocare per la costruzione di filiere più giuste. Non solo per i benefici ambientali, ma come modello di trasparenza. Il progetto di NaturaSì sulla trasparenza dei prezzi al consumo è stato citato come un esempio avanzato: rendere visibile quanto del prezzo finale va al produttore, quanto al distributore, quanto al trasporto. Un prerequisito per coinvolgere i consumatori nella costruzione di sistemi alimentari più sostenibili e giusti.
Promuovere filiere più eque significa anche riconoscere il giusto valore del cibo, garantendo una remunerazione adeguata a chi produce nel rispetto dei diritti e dell’ambiente. Non è un tema di mercato di nicchia. È la condizione perché il sistema funzioni senza scaricare i costi sui più deboli.
