9 Settembre 2026
/ 9.09.2026

Il Monviso si sgretola: il caldo mette sotto pressione la montagna

Il Monviso continua a perdere pezzi. Dopo il grande distacco del primo settembre, sul versante nordest si sono registrate altre scariche di roccia, più piccole ma sufficienti a mantenere attiva la zona. Le nubi di polvere che si alzano dai canaloni sono ormai la manifestazione più evidente di un fenomeno che ARPA Piemonte ritiene possa proseguire ancora a lungo, sulla base anche di quanto accaduto in episodi precedenti.

Il 1° settembre, intorno alle 20, dalla zona a monte del Torrione Saint Robert si è staccata la frana più importante. Alcune migliaia di metri cubi di materiale, composto da rocce di piccole e medie dimensioni insieme a massi più grandi, sono precipitate per circa un chilometro lungo il canalone. Il caso ha avuto un elemento decisivo: in quel momento nessuno si trovava nel tratto interessato. Il rifugio Quintino Sella, però, è frequentato ogni giorno durante la stagione estiva e la parete orientale è vicina a itinerari alpinistici e percorsi frequentati dagli escursionisti.

Una montagna già fragile

Il dato più importante per capire ciò che sta accadendo è forse quello meno spettacolare: il Monviso è un massiccio fortemente fratturato. ARPA aveva già evidenziato questa condizione nel 2019, studiando la frana del Torrione Sucai, che aveva mobilitato circa 200 mila metri cubi di roccia. Le crepe e le faglie sono particolarmente numerose sulla parete nordest, dove alcune porzioni rocciose risultano già parzialmente separate dal resto dell’ammasso.

Su una struttura di questo tipo le temperature possono diventare un fattore di ulteriore sollecitazione. La roccia, sottoposta a ripetuti cicli di riscaldamento e raffreddamento, si dilata e si contrae. Nel tempo questo processo può contribuire ad aprire nuove fratture o ad ampliare quelle esistenti. È il cosiddetto termoclastismo, fenomeno noto soprattutto negli ambienti caratterizzati da forti escursioni termiche.

Il ghiaccio che tiene insieme le pareti

C’è poi un secondo meccanismo, meno visibile ma altrettanto rilevante: l’acqua che penetra nelle fratture e gela può esercitare pressione sulla roccia, allargando progressivamente le spaccature. In alta quota entra in gioco anche il permafrost, il terreno permanentemente ghiacciato. Negli ammassi rocciosi molto fratturati il ghiaccio può comportarsi per lunghi periodi come un elemento di consolidamento naturale. Quando si degrada, questa funzione viene progressivamente meno.

Lo stesso vale per i ghiacciai. La loro riduzione modifica la distribuzione delle tensioni nella roccia sottostante e può contribuire a renderla più instabile. Sul Monviso i piccoli apparati glaciali hanno subito una forte contrazione negli ultimi decenni. Sul versante nordest il Coolidge superiore e quello inferiore sono ormai considerati estinti e dal 2022 classificati come glacionevati.

Dalla roccia all’acqua

La fotografia scattata nelle stesse ore dalla Carovana dei Ghiacciai aggiunge un altro tassello. Sul Monviso gli esperti avevano osservato il quasi completo esaurimento del ghiaccio del Coolidge, la frequenza dei crolli sulla parete nordest e la situazione di stress idrico del Po. Il fiume che nasce ai piedi del Monviso aveva registrato un deficit di portata del 79% a luglio e del 40% ad agosto.

Sono fenomeni diversi, ma osservati nello stesso luogo raccontano una trasformazione coerente dell’ambiente d’alta quota. La montagna non reagisce a un singolo episodio meteorologico: risponde a una combinazione di temperature, acqua, ghiaccio, fratturazione della roccia e progressiva perdita delle condizioni che per lungo tempo ne hanno favorito la stabilità.

Per chi sale verso il Monviso, la conseguenza più immediata è pratica. Il versante interessato dai distacchi non coincide con la via normale più frequentata, che sale dalla parete sud, ma è vicino ad altri itinerari e a zone percorse da escursionisti. I monitoraggi proseguono e, secondo le indicazioni riportate dalle autorità e dagli esperti, sulla parete est è necessario prestare particolare attenzione e utilizzare, dove previsto, i passaggi verso il lato meridionale.

Il punto, quindi, non è soltanto la frana del primo settembre. È ciò che quella frana rende visibile: in alta montagna stanno cambiando contemporaneamente roccia, ghiaccio e disponibilità d’acqua. E il Monviso, con le sue fratture e i suoi ghiacciai ormai ridotti, è uno dei luoghi in cui questo cambiamento si può osservare con particolare chiarezza.

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