Tra i tanti attori che si sono affacciati sul palcoscenico del ddl Malan – politici, ambientalisti, agricoltori, giuristi – nessuno era atteso quanto l’ultimo arrivato: papa Leone XIV. La Lipu, Lega italiana protezione uccelli, aveva scritto al pontefice chiedendo un segnale di attenzione per la riforma della legge venatoria in discussione al Senato. La risposta è arrivata dalla Segreteria di Stato vaticana, e ha cambiato il registro del dibattito.
Il Papa, pur ribadendo con chiarezza la terzietà della Santa Sede rispetto alle scelte legislative degli Stati, ha definito la questione “di grande rilevanza sociale e morale“. E ha assicurato che non mancherà di promuovere “il rispetto e la tutela del Creato”. Poche righe, misurate nella forma come si conviene alla diplomazia vaticana, ma di peso specifico non trascurabile in un Paese a forte tradizione cattolica, in piena campagna elettorale permanente, con un governo che si richiama esplicitamente ai valori cristiani.
Perché conta la voce di Leone XIV
Non è la prima volta che un papa interviene su temi ambientali: Francesco lo ha fatto con la Laudato Si’ e la Laudate Deum, costruendo una solida dottrina ecologica nella tradizione della Chiesa. Leone XIV si inserisce in quel solco, ma con una particolarità: stavolta la parola papale cade su una legge specifica, in un Paese specifico, in un momento politico preciso. Non si tratta di un’enciclica o di un documento magisteriale, ma di una lettera a un’associazione ambientalista che combatte una battaglia parlamentare concreta.
Il messaggio è sottile, ma leggibile. Il Vaticano non dice che la riforma della caccia è sbagliata; dice che la tutela del Creato è un dovere morale. La distinzione è formale, ma l’effetto politico è immediato: le opposizioni si sono subito appropriate delle parole del Pontefice, e il centrodestra non ha potuto ignorarle.
L’opposizione incassa, la maggioranza non risponde
Tutti i leader dell’opposizione hanno fatto proprie le parole di Leone XIV, trasformandole in argomento politico. La segretaria del Pd Elly Schlein ha definito la proposta del governo una “resa incondizionata alla frangia venatoria più estremista” e ha chiesto il ritiro immediato del ddl. Il leader del M5S Giuseppe Conte ha ricordato come sia stato il suo governo a inserire la tutela dell’ambiente tra i principi fondamentali della Costituzione, giudicando la riforma un passo nella direzione opposta. Il Verde Angelo Bonelli ha evocato parchi e spiagge trasformati in “luoghi dove si può sparare”.
Significativa anche la voce di Michela Vittoria Brambilla, deputata di Noi Moderati, che dalla maggioranza ha spinto non per emendare il testo ma per andare oltre: referendum e abolizione totale della caccia. Una posizione scomoda per il centrodestra, che si trova a dover rispondere a un dissenso interno proprio nel momento in cui il papa alimenta il fronte contrario.
Il governo, per parte sua, ha scelto di non commentare direttamente la lettera pontificia. Il dossier del ministero dell’Agricoltura si concentra sugli aspetti tecnici e normativi, respingendo le accuse punto per punto: nessun parco sarà aperto ai fucili, la pianificazione del territorio resta alle Regioni, i dati scientifici rimangono al centro delle decisioni. Un linguaggio burocratico che, di fronte alle parole del Papa, suona come un cambio di registro straniante.
Palazzo Madama sotto assedio
Il ddl 1552 è approdato in Aula dopo quasi un anno di lavori in commissione. Il testo, primo firmatario il capogruppo di FdI Lucio Malan, punta ad aggiornare la legge 157 del 1992. La discussione si preannunciava accesa; l’intervento papale l’ha resa incandescente. Le opposizioni hanno depositato quasi 900 emendamenti, con l’obiettivo dichiarato di rallentare il percorso del provvedimento. E il primo giorno di Aula ha già visto la seduta sospesa per mancanza del numero legale: un segnale che anche dentro la maggioranza non tutti sono a proprio agio su questo terreno.
A sostenere il testo sono le organizzazioni venatorie e agricole. Federcaccia difende il concetto di cacciatore come “bioregolatore” del territorio. Cia e Confcooperative sottolineano i danni concreti che ungulati e fauna selvatica in sovrannumero causano alle aziende agricole. Il centrodestra intende andare avanti, ma l’incrocio tra la lettera del papa e la mobilitazione ambientalista ha trasformato un aggiornamento normativo in una battaglia di civiltà.
Il Creato e la politica
C’è qualcosa di rivelatore nel fatto che una riforma venatoria abbia finito per coinvolgere il Vaticano. Segnala quanto il tema della tutela della natura sia diventato, in Italia come altrove, una questione identitaria prima ancora che tecnica. Non si discute solo di quante specie si possono abbattere o in quali aree: si discute di che rapporto vogliamo avere con il mondo naturale, e di chi ha il diritto di definirlo. Leone XIV ha scelto di rispondere alla Lipu con una lettera, non con il silenzio. Ha detto che la tutela del Creato è una questione morale. In un Paese che si proclama cattolico, governato da una destra che si richiama alle radici cristiane, ignorare quella voce non sarà facile. Il percorso del ddl è ancora lungo, e l’ultima parola non è stata scritta.
