Tra i 600 e i 1000 metri di profondità, il Mediterraneo nasconde un mondo poco conosciuto ma di straordinaria importanza ecologica. Barriere di coralli d’acqua fredda, campi di spugne, praterie di pennatule, giardini di corallo bambù, canyon sottomarini e montagne sottomarine: questi ambienti ospitano un’elevata biodiversità, specie commerciali di grande valore e fungono da serbatoi naturali per lo stoccaggio del carbonio. Eppure sono anche i più vulnerabili del bacino, e oggi sono sotto attacco su due fronti: la pesca a strascico e i cambiamenti climatici.
Un patrimonio ecologico a rischio irreversibile
Gli ecosistemi profondi del Mediterraneo svolgono funzioni essenziali: regolano i cicli biogeochimici, supportano le catene alimentari dei fondali, favoriscono il sequestro del carbonio e contribuiscono alla resilienza climatica dell’intero bacino. Il Mediterraneo, semi-chiuso e naturalmente povero di nutrienti, è caratterizzato da bassi tassi di sedimentazione che rendono i suoi fondali profondi serbatoi di carbonio organico particolarmente efficaci.
Il problema è che questi ecosistemi sono composti da specie a crescita lentissima e longeve il che li rende quasi incapaci di riprendersi dai danni. Quando vengono distrutti, non tornano indietro in tempi umani.
La pesca a strascico: l’impatto più devastante
Il rapporto è netto su questo punto: la pesca a strascico rimane la principale causa di degrado degli ecosistemi marini profondi. Le reti trainate da pescherecci con porte di acciaio da 2-5 tonnellate ciascuna e reti larghe 25 metri spazzano via le specie che costruiscono l’habitat, alterano la struttura dei sedimenti e distruggono i collegamenti tra il fondale e la colonna d’acqua.
Le conseguenze documentate nel Mediterraneo sono gravi. Il corallo bambù Isidella elongata, un tempo diffuso in tutto il bacino, è oggi presente solo in popolazioni isolate ed è classificato come specie a rischio critico di estinzione dalla IUCN. I fondali del Canyon di Blanes mostrano erosione superficiale e trasporto accelerato di sedimenti. Le praterie di coralli e spugne a Santa Maria di Leuca presentano danni estesi nelle aree esposte allo strascico.
A questo si aggiunge un effetto meno visibile ma altrettanto grave: la risospensione dei sedimenti da parte delle reti rilascia carbonio organico precedentemente sepolto, indebolendo la funzione dei fondali come serbatoi climatici a lungo termine.
Il clima amplifica tutto
Il Mediterraneo si riscalda più velocemente della media globale – il 20% più rapidamente rispetto agli oceani – e questo aggrava ulteriormente la pressione sugli ecosistemi profondi. Le acque si stanno riscaldando, l’ossigeno disciolto sta diminuendo, l’acidificazione avanza e la disponibilità di cibo per le specie bentoniche si riduce.
I modelli previsionali dipingono un quadro preoccupante: entro il 2100, in scenari ad alte emissioni, circa il 60% delle aree attualmente idonee per le principali specie degli ecosistemi marini vulnerabili potrebbe scomparire. Gli habitat adatti si sposteranno verso acque più profonde e tenderanno a contrarsi, soprattutto nelle sottoregioni orientali e centrali del bacino.
Cosa fare: le misure che funzionano
Il rapporto analizza le migliori pratiche adottate a livello internazionale dalle Organizzazioni Regionali per la Gestione della Pesca e individua tre strumenti principali.
Le chiusure basate sulla profondità. Vietano la pesca a strascico al di sotto di determinate soglie (solitamente 600-800 m nell’Atlantico, 1000 m nel Mediterraneo). Sono relativamente semplici da comunicare, monitorare e far rispettare tramite sistemi di tracciamento satellitare.
Le limitazioni sugli attrezzi nelle aree vulnerabili. Devono però essere accompagnate da strumenti di gestione spaziale per evitare che lo sforzo di pesca si sposti semplicemente altrove.
Le chiusure permanenti per gli ecosistemi marini vulnerabili. Nel Mediterraneo, undici Aree di Restrizione della Pesca (FRA) sono già state istituite dalla GFCM, ma la copertura è ancora insufficiente rispetto all’estensione e alla vulnerabilità degli ecosistemi da tutelare.
