10 Giugno 2026
/ 9.06.2026

Sei volte più pollo, due volte più maiale: a tavola divoriamo il Pianeta

Un nuovo rapporto della Fao fotografa sessant’anni di trasformazioni nella dieta globale: la produzione mondiale di carne è quadruplicata. Gli effetti climatici sono preoccupanti. Ma l’agenzia dell’Onu evita di raccomandare una riduzione dei consumi, e gli esperti criticano l’omissione

Nel 1961 ogni abitante della Terra consumava in media 25 chili di carne all’anno. Nel 2022 la cifra è salita a 47 chili. È un indicatore che mostra una trasformazione profonda del modo in cui l’umanità si nutre, alleva, occupa il territorio e consuma le risorse del Pianeta. Il rapporto della Fao pubblicato nei giorni scorsi ricostruisce questa bulimia nel consumo del Pianeta con una mole di dati schiacciante.

Calcolando l’aumento demografico, si passa dal raddoppio pro capite a una quadruplicazione della produzione di carne. E se andiamo nel dettaglio i numeri crescono ancora. Ogni persona nel mondo mangia oggi sei volte più pollame rispetto al 1961 (si è passati da meno di 3 chili pro capite a 17 chili nel 2022). Due volte più carne suina (siamo arrivati a 15 chili pro capite). Stabile invece il consumo di carne bovina, intorno ai 9 chili per persona. Questi dati non riguardano soltanto le abitudini di consumo: raccontano un modello produttivo che ha devastato il Pianeta accelerando la crisi climatica, l’inaridimento dei terreni, la siccità.

Chi mangia troppo e chi troppo poco

Non tutti hanno le stesse responsabilità. Nei Paesi ad alto reddito, i consumi di carne pro capite hanno raggiunto livelli che molte ricerche scientifiche considerano eccessivi anche per la salute umana, oltre che per quella dell’ambiente. E solo recentemente si sono moltiplicati segnali di attenzione agli effetti negativi di questo trend: da quelli sanitari al benessere animale, passando per gli equilibri ecologici. In alcune aree – come il Canada e l’Unione europea – si comincia a registrare un rallentamento o una stagnazione del consumo pro capite totale.

Al polo opposto, nelle regioni a basso reddito dell’Africa subsahariana o del Sud Asia, l’accesso alle proteine animali resta limitato e segnato dalle forti disuguaglianze sociali. Il problema non è solo produttivo: le catene del freddo insufficienti, la debolezza dei sistemi commerciali e la perdita di cibo nella fase di distribuzione creano problemi consistenti.

La forbice tra eccesso e carenza è dunque più che mai al centro delle contraddizioni del sistema alimentare globale.

L’ombra climatica che il rapporto tace

Il nodo più spinoso del rapporto non è comunque quello che dice, ma quello che non dice. La Fao ha riconosciuto che sono i Paesi ricchi a guidare un consumo di prodotti animali eccessivo. Ha documentato la traiettoria di crescita del settore. Ha evidenziatoi danni ambientali che ne derivano. Eppure non ha formulato alcuna raccomandazione esplicita a ridurre il consumo di carne. E questa lacuna non è passata inosservata.

Cleo Verkuijl, ricercatrice senior dello Stockholm Environment Institute, che da anni critica le omissioni della Fao su questo tema, ha detto che il rapporto documenta bene il problema ma non trae le conclusioni logiche che i dati richiederebbero. In passato, ricercatori e scienziati hanno accusato l’organizzazione di sottovalutare i benefici climatici legati alla riduzione dei consumi di carne o di cedere alle pressioni dell’industria zootecnica.

Certo il mandato della Fao è legato alla sicurezza alimentare e l’organizzazione è storicamente concentrata sullo sforzo di assicurare sufficienti alimenti a tutti. Ma oggi il concetto di sicurezza è sempre più legato agli equilibri ambientali e climatici che sono a rischio crescente e affrontare i problemi in maniera separata non aiuta a risolverli. La Fao ha annunciato un secondo rapporto, previsto entro la fine del 2026, che si concentrerà in modo più specifico sulle questioni ambientali, vedremo cosa dirà.

Ma qualcosa di molto chiaro lo dice già da tempo l’Ipcc, la task force Onu sul clima. Il settore zootecnico, secondo le stime dell’Ipcc, contribuisce in misura rilevante alle emissioni di gas serra globali: l’agricoltura e la gestione del territorio insieme rappresentano tra il 20 e il 25% delle emissioni totali, e l’allevamento ne costituisce la componente maggioritaria. La carne bovina è di gran lunga la più impattante (con una quota che supera il 35% delle emissioni totali del settore zootecnico) ma la crescita degli allevamenti di pollo e maiale non è certo irrilevante. L’allevamento è inoltre responsabile di una quota significativa delle emissioni di metano, un gas che scalda l’atmosfera molto più rapidamente della CO2, e di ossido di diazoto, ancora più potente.

Cosa possono fare i Paesi, cosa possono fare i consumatori

Le vie di uscita da questa trappola non mancano, almeno in teoria. Sul piano istituzionale, i governi dei Paesi ad alto reddito potrebbero introdurre politiche fiscali per internalizzare i costi ambientali della produzione di carne, riorientare i sussidi agricoli verso sistemi più sostenibili, investire in infrastrutture per ridurre gli sprechi lungo la filiera. Sul piano della ricerca, lo sviluppo di proteine alternative – vegetali, fermentate, coltivate in laboratorio – offre prospettive concrete, anche se i tempi di adozione su larga scala restano incerti.

Sul piano individuale, la scienza è chiara: ridurre il consumo di carne rossa e processata, privilegiare le proteine vegetali e limitare le porzioni di carne bianca è al tempo stesso una scelta salutare per le persone e salutare per il Pianeta.

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