2 Marzo 2026
/ 2.03.2026

La crisi climatica sta cancellando i tesori sommersi d’Europa

Un nuovo studio coordinato dall’Università di Padova mostra come l’acidificazione degli oceani stia accelerando il degrado dei siti archeologici subacquei, mettendo a rischio un patrimonio fragile e spesso invisibile

Il cambiamento climatico minaccia barriere coralline, pesci e intere catene alimentari, ma anche un archivio della nostra storia: i resti archeologici custoditi sui fondali marini.

Porti antichi, statue, mosaici e relitti sono sempre più esposti a un processo chimico, l’acidificazione degli oceani, che ne accelera il degrado fino a renderlo, in molti casi, irreversibile.

Lo dimostra una ricerca internazionale coordinata dall’Università di Padova e pubblicata su Communications Earth & Environment, che per la prima volta ha quantificato gli effetti del calo di pH sull’erosione dei materiali lapidei. “L’acidificazione degli oceani rappresenta una sfida per la tutela del patrimonio culturale sottomarino”, si legge nello studio. E non è un allarme generico: i dati mostrano che, con l’aumento delle emissioni, i tassi di deterioramento potrebbero crescere in modo esponenziale nei prossimi decenni.

Il laboratorio naturale di Ischia

Per capire cosa potrebbe accadere, gli scienziati hanno scelto un luogo unico: le acque attorno all’isola di Ischia, dove sfiati vulcanici rilasciano naturalmente anidride carbonica. Qui il mare è più acido e diventa una sorta di “macchina del tempo”, capace di simulare gli scenari futuri. Pannelli con campioni di marmo, calcare e altre pietre storiche sono stati immersi a diverse distanze dalle bocchette di CO₂, esponendoli a differenti livelli di pH.

Il risultato è eloquente: i materiali più ricchi di carbonato di calcio, come marmo e calcare, sono i più vulnerabili. “Anche un degrado apparentemente minimo può comportare una perdita irreversibile di informazioni”.

Quando la chimica riscrive la storia

Nel periodo preindustriale il deterioramento era lento, quasi impercettibile. Oggi è ancora contenuto, ma le simulazioni indicano che con gli attuali scenari di emissione la situazione potrebbe cambiare rapidamente. Se il pH continuerà a diminuire, l’erosione dei manufatti in pietra potrebbe moltiplicarsi di quattro o sei volte entro fine secolo.

Il problema, dunque, è sia quantitativo che qualitativo. Gli oggetti più esposti sono quelli in cui il valore storico dipende dai dettagli: mosaici, bassorilievi, statue, iscrizioni. Bastano pochi decenni per compromettere irrimediabilmente superfici che hanno resistito per millenni.

Baia, Egnazia e gli altri siti a rischio

L’Italia è uno dei Paesi più coinvolti. Il Parco archeologico sommerso di Baia, nel Golfo di Napoli, conserva pavimenti in marmo, colonne e statue di un’antica città romana sprofondata. Il porto romano di Egnazia, in Puglia, racconta invece la storia dei traffici adriatici. Entrambi sono esempi di un patrimonio vasto, fragile e difficile da proteggere.

Secondo i ricercatori, l’acidificazione non solo dissolve lentamente la pietra, ma modifica anche la colonizzazione biologica delle superfici, alterando l’equilibrio tra microrganismi, alghe e incrostazioni. Un cambiamento che può accelerare ulteriormente il degrado.

CONDIVIDI

Continua a leggere