A Washington, alla vigilia delle assemblee primaverili di FMI e Banca Mondiale, i vertici delle tre principali istituzioni economiche e energetiche internazionali si sono seduti attorno allo stesso tavolo e hanno detto, in sostanza, una cosa: la situazione è grave, è globale, e non si risolverà presto.
Il comunicato congiunto firmato il 13 aprile 2026 dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale è un documento che vale la pena leggere con attenzione, non tanto per quello che dice – che in parte già sappiamo – quanto per il tono. Tre grandi istituzioni che normalmente procedono su binari paralleli hanno scelto di istituire, all’inizio di aprile, un gruppo di coordinamento comune per rispondere insieme agli effetti economici ed energetici della guerra. Non è un gesto di routine. È un segnale.
Uno shock asimmetrico che colpisce chi già fatica
L’impatto del conflitto viene definito dalle tre istituzioni come “rilevante, globale e fortemente asimmetrico”, con effetti che pesano in modo sproporzionato sui paesi importatori di energia, in particolare quelli a basso reddito. Petrolio e gas più cari, fertilizzanti alle stelle, timori crescenti per la sicurezza alimentare: la catena di trasmissione dello shock è quasi meccanica, e arriva prima e più dura su chi ha meno margini per assorbirla.
Dal Golfo Persico passa circa un quinto del fabbisogno energetico mondiale, e se gli stretti si inceppano si inceppa con loro tutto il sistema economico globale. Quattro quinti dei circa 21 milioni di barili giornalieri che transitavano per lo Stretto di Hormuz nel 2024 erano destinati all’Asia. Paesi come Pakistan, Thailandia e India si trovano oggi in prima fila in questa crisi, con carenze di gas da cucina, fondi pubblici già in deficit per sostenere i prezzi e discussioni su settimane lavorative ridotte pur di risparmiare energia.
Ma l’asimmetria non riguarda solo i Paesi del Sud del mondo. L’Europa è tra le aree che più risentono della crisi intorno ad Hormuz, e questo nonostante la progressiva diversificazione delle fonti energetiche intrapresa dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il cantiere dell’autonomia energetica europea è infatti in ritardo e una nuova emergenza ha già bussato alla porta.
Lo Stretto non si riapre
“La situazione resta estremamente incerta e il transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz non si è ancora normalizzato”. Questa frase del comunicato, apparentemente tecnica, nasconde una realtà molto più complicata. Da quando, a fine febbraio 2026, sono iniziate le operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran, il traffico commerciale attraverso lo Stretto è crollato: prima della guerra passavano in media 138-140 navi al giorno, mentre nei giorni più critici del conflitto si è arrivati a una o zero petroliere nelle 24 ore.
L’accordo di tregua dell’8 aprile ha formalmente riaperto il passaggio, ma solo sulla carta. L’Iran continua a condizionare il transito con permessi e pedaggi che possono arrivare a due milioni di dollari a nave. Una riapertura che di fatto non è tale. E anche quando lo sarà davvero, il comunicato è chiaro: occorrerà tempo perché le forniture globali delle principali materie prime ritornino ai livelli pre-conflitto.
I prezzi del petrolio, del resto, potrebbero non scendere per molto tempo anche dopo la fine della guerra, perché le quotazioni non caleranno finché lo Stretto non sarà davvero riaperto e gli impianti petroliferi danneggiati non saranno riparati. Sono, come ha sottolineato una ricercatrice della Columbia University intervistata dalla CNN, “variabili enormi ancora irrisolte”.
Non solo petrolio: fertilizzanti, cibo, turismo
Uno degli aspetti meno discussi di questa crisi è che non riguarda solo l’energia in senso stretto. Le catene di approvvigionamento globali sono state colpite anche per materie prime come elio, fosfati e alluminio, mentre il turismo ha risentito delle interruzioni dei voli negli hub di transito del Golfo.
I fertilizzanti di sintesi chimica meritano un’attenzione particolare. La loro produzione dipende in larga misura dal gas naturale, e prezzi del gas più alti si traducono direttamente in costi agricoli maggiori, che poi si scaricano sui prezzi alimentari. In un mondo in cui le crisi di approvvigionamento alimentare erano già una preoccupazione strutturale per molte regioni, questo canale di trasmissione della crisi rischia di essere particolarmente doloroso. Secondo il comunicato congiunto, i prezzi di carburanti e fertilizzanti potrebbero restare elevati per un periodo prolungato, con ripercussioni sui settori energetico, alimentare e su molte altre industrie.
