29 Maggio 2026
/ 29.05.2026

Appalti verdi: più di un bando su cinque senza criteri ambientali

A nove anni dall’introduzione dell’obbligo, il 22,6% dei bandi pubblici italiani continua a ignorare i criteri ambientali minimi. Il nuovo rapporto di Legambiente e Fondazione Ecosistemi fotografa un sistema che arranca, tra carenze formative e burocrazia

Dal 2016 in Italia è obbligatorio inserire i criteri ambientali minimi, i cosiddetti Cam, negli appalti della pubblica amministrazione. Eppure, quasi un decennio dopo, più di uno su cinque continua a non rispettarli. È quanto emerge dal IX Rapporto dell’Osservatorio Appalti Verdi di Legambiente e Fondazione Ecosistemi, presentato a Roma durante il XX Forum Compraverde Buygreen.

L’analisi ha esaminato 847 bandi emessi nel 2025 da 122 stazioni appaltanti pubbliche: 13 centrali di committenza regionali, 83 enti gestori di aree protette e 26 Asl. Il risultato è che 191 gare, pari al 22,6% del totale, non hanno applicato i Cam. Una percentuale che, pur segnalando progressi rispetto agli anni precedenti, resta alta e preoccupante.

I criteri più disattesi

Tra i Cam maggiormente ignorati spicca quello relativo alle calzature da lavoro e agli accessori in pelle: non applicato in 24 delle 51 gare in cui sarebbe stato obbligatorio, con un tasso di mancata applicazione del 47%. Un dato che sorprende, considerando che quel criterio è in vigore dal 2018 e avrebbe dovuto essere ormai consolidato nelle procedure di gara.

Non va meglio per il Cam dedicato agli eventi culturali, assente in 22 gare su 55 (40%). In questo caso, il ritardo è almeno in parte spiegabile con la sua introduzione più recente, che ne rende ancora incompleta la diffusione. Seguono il Cam strade (38%), i punti di ristoro e i distributori automatici (37%), i prodotti tessili (32%) e il verde pubblico (26%).

Non mancano, però, segnali positivi. Tra i criteri con un’applicazione più solida, oltre l’80%, si distinguono il Cam edilizia (84%), il Cam pulizia e sanificazione (83%) e quello per i servizi energetici degli edifici (81%). Sono settori dove la pratica sembra essersi consolidata nel tempo.

Chi va meglio, chi va peggio

Il quadro cambia significativamente a seconda del tipo di stazione appaltante. Le centrali di committenza regionali ottengono la performance più alta, con un indice dell’83%, grazie a strutture più organizzate e competenze più solide. Le Asl si attestano al 74%, un livello buono. Fanalino di coda sono gli enti gestori delle aree protette, che raggiungono solo il 59%: un risultato che riflette spesso la loro minore dotazione di risorse umane e tecniche.

L’indice complessivo di performance del Green Public Procurement (Gpp) per le 122 stazioni appaltanti monitorate si ferma al 65%. Un dato calcolato non soltanto sull’applicazione dei Cam, ma anche sugli strumenti, le pratiche e le politiche adottate per favorirne la diffusione.

Le radici del problema

Il rapporto non si limita a fotografare lo stato dell’arte: cerca di capire perché i Cam continuino a essere ignorati così di frequente. Le cause sono varie. La prima è la mancanza di formazione: il 52% delle stazioni appaltanti indica la carenza di competenze adeguate come ostacolo principale. Il 46% segnala invece la complessità nella stesura dei bandi.

C’è poi il nodo delle figure dedicate. Solo l’8% del campione ha istituito un referente per il Gpp. Ancora più netto il dato sulle Asl: nessuna delle strutture sanitarie coinvolte nell’indagine dispone di questa figura. È un segnale di quanto il tema degli acquisti verdi resti, nella pratica quotidiana di molte amministrazioni, ancora marginale e privo di presidio specifico.

A questo si aggiungono gli ostacoli burocratici: per alcuni criteri più recenti, l’inserimento nei bandi richiede la preventiva adozione di regolamenti interni da parte delle amministrazioni. Un passaggio aggiuntivo che spesso finisce per rallentare – o impedire del tutto – l’applicazione delle norme ambientali.

Anche il monitoraggio degli acquisti verdi registra un tasso di mancata attuazione del 78%. Senza dati sistematici, è difficile correggere le rotte e premiare le amministrazioni più virtuose.

La posta in gioco è tutt’altro che trascurabile. La pubblica amministrazione italiana muove ogni anno circa 309,7 miliardi di euro di spesa. Una cifra enorme, capace di orientare in modo diretto le scelte del mercato e spingere imprese e fornitori verso modelli produttivi più sostenibili.

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