29 Maggio 2026
/ 29.05.2026

Il Pianeta oltre la soglia: il 2027 potrebbe diventare l’anno più caldo di sempre

Il nuovo rapporto dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale fissa all'86% la probabilità di superare il record del 2024 entro i prossimi cinque anni. Con l'ombra di un "super El Niño" all'orizzonte e il riscaldamento dell'Artico che viaggia a velocità tripla, la transizione energetica è un'ancora di salvataggio economica e sociale

I termometri globali non concedono tregua, come abbiamo raccontato qualche giorno fa. Le proiezioni climatiche per il quinquennio 2026-2030, elaborate dal Met Office britannico per conto dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), ci dicono che la temperatura media annuale della superficie terrestre si attesterà tra 1,3 °C e 1,9 °C al di sopra dei livelli preindustriali (1850-1900). Esiste una probabilità del 91% che almeno un anno in questo arco di tempo superi temporaneamente la soglia critica di +1,5 °C.

Come spiega Melissa Seabrook, ricercatrice del Met Office: “La scienza è molto chiara: la finestra di opportunità per mantenere la temperatura media globale entro 1,5 °C  si sta chiudendo rapidamente“.

L’innesco di El Niño

Il 2024 ha stabilito il primato di anno più caldo mai registrato. E le nuove analisi indicano un’alta probabilità (86%) che tale record venga infranto entro il 2030, con il 2027 indicato come l’indiziato principale. La causa principale risiede nel continuo aumento delle emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili, a cui si sommerà il ritorno ciclico di El Niño nel Pacifico equatoriale, previsto tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo.

La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) stima al 96% la probabilità che il fenomeno si manifesti, intravedendo una quota del 35% di possibilità per un evento di straordinaria intensità, un cosiddetto “super El Niño”. Leon Hermanson, autore principale del rapporto OMM, conferma la dinamica temporale: “È previsto un El Niño per la fine del 2026, il che aumenta le probabilità che l’anno successivo, il 2027, sia il prossimo anno da record“.

L’anomalia artica

Mentre l’Europa sperimenta ondate di calore anomale e l’Asia meridionale fa i conti con temperature estreme, l’Artico si conferma il vero epicentro del surriscaldamento globale. Nei prossimi cinque inverni estesi (cioè da novembre a marzo), la regione polare registrerà temperature superiori di ben 2,8 °C rispetto alla media del periodo 1991-2020: un’anomalia tre volte e mezzo più rapida della media planetaria, che provocherà una drastica riduzione della banchisa marina nel Mare di Barents, nel Mare di Bering e nel Mare di Okhotsk già nel mese di marzo.

Questo squilibrio termico altera i sistemi meteorologici. Il modello previsionale dell’OMM indica un incremento delle precipitazioni nell’Europa settentrionale, in Alaska, in Siberia e nel Sahel tra maggio e settembre. Al contrario, l’Amazzonia andrà incontro a stagioni marcatamente secche, accelerando la vulnerabilità di uno dei polmoni verdi più estesi del mondo.

Il costo umano ed economico dell’inerzia

Ma i risvolti della crisi climatica non si misurano solo in decimi di grado, ma in impatti strutturali sul tessuto sociale ed economico. Le stime attuali indicano che gli effetti del riscaldamento globale causano già una vittima al minuto. L’alternanza di siccità prolungate e alluvioni repentine mette a dura prova le infrastrutture e l’agricoltura continentale.

“Proteggere la vita umana, le imprese e le economie dal caldo estremo e dai numerosi altri costi crescenti del cambiamento climatico è una priorità assoluta per ogni nazione”, osserva Simon Stiell, responsabile delle Nazioni Unite per il clima. La soluzione, si legge nel report, risiede in un’accelerazione decisa verso l’abbandono dei combustibili fossili, spinta anche da un fattore di convenienza di mercato: oggi l’energia rinnovabile è strutturalmente più economica e rapida da produrre rispetto alle fonti tradizionali.

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