C’è un angolo di Roma dove Pier Paolo Pasolini non è mai davvero scomparso. Lo sanno bene gli abitanti di Monteverde, che con il poeta friulano hanno intrecciato un legame durato decenni e sopravvissuto alla sua morte, alle trasformazioni urbanistiche, all’imborghesirsi del quartiere. Ora il Municipio XII ha deciso di onorare quel legame in modo concreto: con un murale dedicato a Pasolini da realizzare sui muri del lotto numero 30 di via Donna Olimpia, i famosi “grattacieli” che lo scrittore rese immortali nelle pagine di Ragazzi di vita.
La proposta è stata portata in aula dal consigliere democratico Mario Sala, con il sostegno dei colleghi di centrosinistra e del Movimento 5 Stelle. Il municipio ha istituito un tavolo di lavoro e l’obiettivo dichiarato è rafforzare il legame tra memoria storica e identità del territorio, attraverso la celebrazione di un intellettuale il cui rapporto con Monteverde è noto persino oltreoceano. L’iniziativa cade a circa un anno dalle celebrazioni per i cinquant’anni dall’assassinio, e arriva dopo che il New York Times aveva già dedicato un reportage al quartiere romano dove Pasolini visse e lavorò.
Il Ferrobedò, i grattacieli, la borgata
Per capire perché proprio quel palazzo, bisogna tornare indietro agli anni Cinquanta. Pasolini si trasferì a Monteverde nel 1954, e il sodalizio con la zona di Donna Olimpia è di quelli destinati a non dissolversi. Ne sono testimonianza alcuni versi, ma soprattutto il romanzo Ragazzi di vita, pubblicato nel 1955, nei cui primi capitoli i riferimenti ai paesaggi e alle vite di Monteverde sono continui e precisi.
Il lotto 30, realizzato tra il 1930 e il 1932, è uno dei rari esempi di edilizia popolare intensiva costruita dall’ICP a Roma. Nata come borgata isolata in mezzo a prati, fossati e canneti, questa piccola città di cemento è stata progressivamente inghiottita dallo sviluppo urbano del dopoguerra, diventando teatro di storie di vita che emergono potenti dalla prosa di Pasolini. Il “Ferrobedò” – la Fabbrica Ferrobeton che i romani pronunciavano storpiando il nome – era lì a pochi passi. I grattacieli, il casermone di via Vitellia, il dedalo di traverse che oggi portano dove un tempo c’erano solo campi, pecore e il muro di Villa Pamphili chiusa al pubblico: tutti elementi che dimostrano come quello tra Pasolini e Monteverde non fosse un rapporto legato alla sola residenza, ma qualcosa di più viscerale.
Le voci del quartiere
Sono molte le voci di chi ricorda Pasolini scendere con i ragazzini in via Donna Olimpia, a giocare a pallone e a zecchinetta, oppure a fare il bagno nel fontanone di Villa Pamphili o nel Tevere, ai piloni del ponte Marconi. Quella borgata lo aveva adottato, e lui l’aveva restituita alla letteratura con occhi capaci di tenere insieme bellezza e miseria, tenerezza e durezza.
Tra i testimoni ancora viventi di quegli anni, il più attivo è il pittore Silvio Parrello, che nel romanzo compare come “er pecetto”, soprannome ereditato dal padre calzolaio che usava la pece per incollare le suole. Vive ancora a Donna Olimpia e non manca occasione di raccontare quegli anni a chiunque passi nella sua bottega di via Ozanam. In pensione, passa le sue giornate a dipingere e a scrivere poesie: ne ha dedicate duecento a Pasolini e a Monteverde. Una memoria viva, tramandata di generazione in generazione. Nessun monteverdino, fin dalle scuole elementari, ignora il passaggio del poeta nel quartiere.
Un quartiere, due anime
Monteverde è sempre stata un posto difficile da definire. Negli anni Cinquanta aveva due anime: quella borghese dei villini sul Gianicolo e quella sottoproletaria dei palazzoni di Donna Olimpia. Quella tension, tra il quartiere-salotto e la borgata ai suoi piedi, è ancora oggi parte dell’identità del posto, e Pasolini fu il primo a vederla e a raccontarla.
Il murale non sarà solo un omaggio a un intellettuale scomodo. Sarà il segno di un quartiere che sceglie di ricordare la propria parte più popolare e autentica. Sui grattacieli del lotto 30, dove i ragazzi di vita giocavano a pallone tra le erbacce, potrebbe presto apparire il volto di chi li ha visti e li ha raccontati meglio di chiunque altro.
