21 Aprile 2026
/ 21.04.2026

Meno protetti: 10 lupi avvelenati nel Parco d’Abruzzo

Una strage che accusa il clima politico. Gli ambientalisti: il declassamento della specie ha aperto la strada alla violenza. Anche Coldiretti condanna l'accaduto

In pochi giorni, tra il territorio di Pescasseroli e la località San Francesco ad Alfedena, sono stati trovati dieci lupi morti. L’ipotesi più accreditata è quella dell’avvelenamento da esche: un atto deliberato, non un incidente. La Procura della Repubblica di Sulmona ha aperto un fascicolo e le perizie necroscopiche affidate all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Avezzano stanno chiarendo i fatti.

La scelta del periodo non sembra casuale. Tra marzo e aprile i lupi sono particolarmente attivi e vulnerabili, e chi ha posizionato le esche lo sapeva. Una pattuglia di guardiaparco ha trovato le prime cinque carcasse il 15 aprile ad Alfedena, nell’area contigua al Parco. Gli altri cinque esemplari erano già stati trovati nei giorni precedenti a Pescasseroli, nel cuore dell’area protetta. L’autorità giudiziaria punta ora a verificare se esista un collegamento tra i due episodi, che per modalità e prossimità geografica sembrano tutt’altro che indipendenti.

Un veleno che colpisce tutti

Quello delle esche avvelenate è un metodo di bracconaggio particolarmente odioso. Una carcassa contaminata innesca una reazione a catena che può uccidere rapaci necrofagi come grifoni e aquile reali, mettere in pericolo i cani da pastore e quelli da tartufo. E l’orso bruno marsicano, specie simbolo dell’Appennino centrale, che conta poche decine di esemplari e non può permettersi ulteriori perdite. Un solo boccone avvelenato lasciato nel bosco può fare danni incalcolabili.

L’episodio non è isolato. A pochi giorni di distanza dalla strage in Abruzzo, in Toscana due lupi erano stati uccisi e mutilati. Una sequenza che disegna una mappa preoccupante di violenza contro la fauna selvatica, un’escalation che attraversa l’intero Paese.

Le reazioni: indignazione trasversale

Il WWF ha definito l’accaduto uno dei più gravi crimini di natura degli ultimi dieci anni, parlando di deriva criminale inaccettabile in un Paese civile e annunciando la propria intenzione di costituirsi parte civile nel processo, in caso di rinvio a giudizio.

ENPA ha lanciato un appello diretto al Governo, chiedendo di fermare il decreto legislativo che modificherebbe la legge quadro 157/92 sulla tutela della fauna selvatica, cancellando il lupo dall’elenco delle specie particolarmente protette. Per l’ente nazionale protezione animali, il declassamento è un frutto avvelenato i cui effetti si vedono già, prima ancora che il provvedimento sia definitivamente approvato: uccisioni in tutto il Paese, spesso con modalità crudeli e provocatorie, in aperta sfida alle istituzioni e alla scienza.

La consigliera regionale del Movimento 5 Stelle Erika Alessandrini ha parlato di fatto di gravità inaudita, sottolineando come colpire il lupo significhi colpire l’equilibrio stesso degli ecosistemi e l’identità naturalistica dell’Abruzzo. Ha chiesto un intervento immediato della Regione, con controlli più incisivi e strumenti concreti di contrasto al bracconaggio.

Anche Coldiretti Abruzzo, associazione che da anni si batte per una gestione più flessibile dei grandi predatori, ha preso le distanze dall’accaduto. Il presidente regionale Pietropaolo Martinelli ha condannato senza esitazioni gli autori del gesto, pur ribadendo che la convivenza tra lupi e attività zootecniche resta un problema reale che richiede soluzioni serie e non atti di violenza.

Il nodo politico: il declassamento come detonatore

Sullo sfondo di questa vicenda c’è un dibattito politico che ha contribuito ad alzare la temperatura. Negli ultimi anni, la spinta verso il declassamento dello status di protezione del lupo — prima a livello europeo con la revisione della Convenzione di Berna, poi recepita dal Parlamento italiano — ha alimentato un clima che rischia di incoraggiare la violenza contro i predatori. Le associazioni ambientaliste lo denunciano da tempo, spiegando che abbassare le tutele non riduce i conflitti ma li esaspera, incoraggiando il bracconaggio.

ENPA ricorda che le sanzioni attualmente previste per l’uccisione della fauna selvatica protetta sono del tutto inadeguate — l’uccisione di un orso può essere punita con pochi mesi di arresto e circa ottomila euro di ammenda — e che entro maggio l’Italia è tenuta a recepire la nuova direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente. Un’occasione da non sprecare, per evitare di restare ancora una volta indietro nella protezione della biodiversità.

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