20 Aprile 2026
/ 20.04.2026

Anche le megattere nel mirino della guerra

Tra mine, sonar e traffico navale, la fragile biodiversità nello Stretto di Hormuz paga il prezzo delle tensioni geopolitiche

Nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più trafficati al mondo, la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran dopo settimane di tensioni non ha fermato l’impatto sull’ecosistema. Al contrario, lo ha trasformato.Secondo quanto riportato da un’inchiesta di Wired, il ritorno delle navi commerciali e militari ha riempito nuovamente questo corridoio largo appena 34 chilometri, mentre mine navali, sonar e residui bellici continuano ad alterare l’ambiente marino. E a pagare un prezzo alto sono specie già vulnerabili: circa 7.000 dugonghi e meno di 100 megattere d’Arabia, una popolazione isolata che non migra e non può spostarsi altrove.

Il rumore killer

Per i cetacei, il suono è sopravvivenza. Le megattere si orientano e comunicano attraverso frequenze basse, le stesse occupate dai motori delle navi e dai sonar militari. Quando questo spazio acustico viene saturato, le conseguenze sono immediate. “Non hanno modo di scappare”, ha spiegato Olivier Adam, ricercatore della Sorbonne University Abu Dhabi, citato da Wired. Il disturbo acustico può provocare disorientamento, perdita dell’udito e spiaggiamenti. In alcuni casi, porta a una riduzione dell’attività di immersione, con effetti diretti sull’alimentazione. Così, le balene smettono di mangiare.

Un mare che non si rigenera

Nel restringimento dello Stretto, l’attività militare amplifica gli effetti fisici sull’acqua. Le esplosioni subacquee generano onde d’urto capaci di danneggiare l’apparato uditivo dei mammiferi marini.

Il Golfo Persico è un sistema a ricambio lento: servono dai due ai cinque anni per rinnovarne completamente le acque. Questo significa che qualsiasi contaminazione — petrolio, carburanti, detriti — resta intrappolata a lungo.Una fuoriuscita di greggio blocca la luce solare, compromettendo la fotosintesi delle praterie di alghe marine da cui dipendono i dugonghi. Allo stesso tempo, altera il comportamento della fauna: attira piccoli pesci e, di conseguenza, i loro predatori, in aree contaminate.

Gli squali balena, che si nutrono vicino alla superficie, sono tra i più esposti. Le tartarughe marine rischiano la contaminazione dei siti di nidificazione, mentre uccelli e serpenti marini subiscono effetti diretti e indiretti.

Ricerca scientifica in pausa forzata

La guerra colpisce gli animali così come la nostra capacità di studiarli. “Il lavoro sul campo diventa impossibile”, ha osservato Adam. Le campagne di monitoraggio si interrompono proprio quando servirebbero di più. Persino gli strumenti acustici passivi, utilizzati per registrare i canti dei cetacei, diventano inutili: il rumore antropico li sovrasta completamente.

Questo vuoto di dati arriva in un momento cruciale. Le specie del Golfo sono considerate “estremofile”, adattate a temperature e salinità elevate, condizioni che potrebbero diventare la norma negli oceani entro il 2050. Studiare la loro resilienza significa anticipare il futuro degli ecosistemi marini globali.

Un laboratorio naturale sotto pressione

Lo Stretto di Hormuz è un laboratorio biologico. La sua biodiversità rappresenta un caso unico per comprendere come la vita marina possa adattarsi a condizioni estreme. Ma questo laboratorio rischia di essere compromesso. La tregua in superficie non basta a ridurre l’impatto cumulativo di traffico, inquinamento e attività militare. Al contrario, la ripresa della navigazione intensifica le pressioni su un sistema già fragile. La guerra, qui, si accumula nel tempo, nei fondali, nei corpi degli animali e nel silenzio che non c’è più.

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