Il Mediterraneo è di nuovo teatro di una delle più grandi mobilitazioni civili degli ultimi anni. La Global Sumud Flotilla, la coalizione internazionale di barche a vela che punta a rompere l’assedio navale israeliano sulla Striscia di Gaza, è salpata il 15 aprile da Barcellona con 39 imbarcazioni, dopo un primo rinvio imposto dal maltempo. È quella che gli organizzatori definiscono la “Spring 2026 Mission“: la più ambiziosa mai tentata dalla società civile internazionale via mare.
Circa un centinaio di imbarcazioni e oltre mille attivisti provenienti da una settantina di Paesi parteciperanno all’iniziativa organizzata da una coalizione che riunisce per la prima volta sotto un’unica bandiera sigle con storie e provenienze diverse: la Freedom Flotilla Coalition, il Global Movement to Gaza, la Maghreb Sumud Flotilla e la Sumud Nusantara. Partecipa anche il governo della Malesia. Una convergenza che rompe le divisioni del passato e che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe tradursi in una massa critica impossibile da ignorare.
Greenpeace e Open Arms in campo
Tra le organizzazioni che affiancano la flotta ci sono anche Greenpeace e Open Arms, e non con un ruolo puramente simbolico. Greenpeace ha schierato la sua storica nave rompighiaccio Arctic Sunrise, assegnandole funzioni di supporto tecnico e logistico oltre a compiti di sicurezza marittima durante l’attraversamento del Mediterraneo. La presenza dell’organizzazione ambientalista segna un’ulteriore espansione del fronte di chi sceglie di testimoniare in mare aperto, portando con sé decenni di esperienza nelle campagne marittime internazionali. Open Arms, dal canto suo, partecipa con l’esperienza maturata in oltre un decennio di difesa della vita umana nel Mediterraneo, fornendo assistenza medica a bordo, supporto logistico e valutazione dei rischi durante la traversata.
Ma la missione non è solo trasporto di aiuti. Prima ancora di raggiungere le acque contese, la Flotilla ha già compiuto un gesto che non passa inosservato. Nelle acque tra la Tunisia e la Sicilia occidentale, una parte della flotta si è staccata dal convoglio principale e ha intercettato la MSC Kaya, un cargo lungo quasi 400 metri diretto al porto israeliano di Ashdod con a bordo acciaio e materiali a doppio uso, anche di interesse militare. Tredici barche a vela si sono avvicinate alla prua della nave, sfruttando il diritto di precedenza che il codice della navigazione riconosce alle imbarcazioni a vela. Il cargo ha rallentato e cambiato rotta, almeno temporaneamente. Via radio, un’attivista ha letto un messaggio alla ciurma della MSC Kaya, chiedendo di invertire la rotta e scegliere, come ha detto, “l’umanità contro la complicità”. L’unica risposta ricevuta è stata un secco “state zitti”.
La Sicilia, snodo della missione
Nel frattempo, la Sicilia è diventata il cuore pulsante della seconda fase della missione. Al porto Xiphonia di Augusta, nel Siracusano, sono ormeggiate circa 25 imbarcazioni, mentre se ne attendono altre 30 in arrivo dalla Spagna, per un totale di circa 500 persone. La partenza ufficiale della flotta allargata è prevista da Siracusa intorno al 24 aprile. In tutta la Sicilia si sono moltiplicati gli eventi pubblici, gli incontri con istituzioni locali e i momenti di dibattito culturale.
La Flotilla non si limita al valore simbolico: include una dimensione operativa concreta, con beni di prima necessità a bordo e figure professionali come medici, ingegneri e psicologi pronti a restare nella Striscia per contribuire alla ricostruzione. La flotta medica conta un migliaio tra medici e infermieri, riuniti su imbarcazioni dedicate. Tra i partecipanti c’è anche Greta Thunberg, già presente sulla Flotilla dell’ottobre 2025 che non riuscì a superare il blocco israeliano. La sua presenza ribadisce come la causa palestinese stia diventando sempre più un punto di convergenza per movimenti che vengono da tradizioni e battaglie diverse.
Gaza, sei mesi dopo il cessate il fuoco
Il contesto in cui si muove questa missione è cambiato rispetto all’anno scorso, ma non necessariamente in meglio. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, gli attacchi israeliani hanno causato oltre 700 morti secondo il ministero della Salute di Gaza, e la stragrande maggioranza della popolazione civile resta sfollata, mentre l’esercito di Tel Aviv mantiene il controllo di quasi il 60% del territorio della Striscia. Il cessate il fuoco teorico non ha fermato la violenza, né ha aperto i corridoi umanitari che la comunità internazionale invocava. Israele continua a bloccare l’ingresso di beni indispensabili alla sopravvivenza: alimenti, medicinali, attrezzature mediche, materiali per la depurazione dell’acqua. In questo quadro, l’azione della Flotilla acquista un significato che va oltre la dimensione simbolica: è una sfida concreta a un blocco che molti organismi internazionali considerano illegale.
Il nodo italiano e la Tunisia ostile
Sul fronte italiano, la vicenda si intreccia con una tensione politica di fondo. La Procura di Roma ha aperto un’indagine per sequestro di persona, rapina, danneggiamento con pericolo di naufragio e tortura, riguardante il trattamento riservato agli attivisti italiani fermati durante l’operazione israeliana dell’ottobre scorso. Diversi partecipanti hanno denunciato violenze, minacce, privazione del sonno e limitazioni nell’accesso all’acqua durante la detenzione in Israele. Al tempo stesso, la premier Meloni ha annunciato la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele: un segnale di distanza, seppur cauto, che ridisegna almeno parzialmente il quadro diplomatico.
Sul versante tunisino la situazione è invece peggiorata. A differenza della missione dello scorso settembre — quando la Flotilla aveva fatto scalo a Tunisi, subendo peraltro l’attacco con bombe incendiarie lanciate da droni — questa volta la flotta ha evitato le coste tunisine. Sette attivisti della Global Sumud tunisina sono stati arrestati a inizio marzo con accuse di malversazioni finanziarie, e uno solo è stato nel frattempo rilasciato. Il presidente Kais Saied ha di fatto dichiarato guerra al movimento filopalestinese nel Paese, rendendo la Tunisia una tappa impossibile.
La rotta verso le acque proibite
La flotta punta ora su Creta, a Ierapetra, ultimo porto sicuro prima di entrare nelle acque internazionali. L’avvicinamento finale alle acque vietate da Israele è ipotizzabile negli ultimi giorni di aprile o nei primi giorni di maggio. Le precedenti missioni sono state tutte intercettate: la nave Madleen nel giugno 2025, la Handala in luglio, e poi la grande operazione dell’ottobre scorso, quando Israele ha fermato tutte le imbarcazioni della flottiglia a circa 120 miglia da Gaza, in acque internazionali, trattenendo i passeggeri per giorni.
Oscar Camps, fondatore di Open Arms, non si fa illusioni sul possibile esito ma non arretra. Ha spiegato che la spedizione ha l’obiettivo di riportare al centro dell’attenzione mediatica quello che accade a Gaza, e che con ogni probabilità la Flotilla verrà intercettata prima delle cento miglia dalla costa. Ma gli organizzatori sono disposti ad assumere questo rischio, convinti che l’azione sia conforme al diritto internazionale e che ogni blocco in acque aperte sia una violazione da denunciare.
Visibili, nonostante tutto
È questa la scommessa della Spring 2026 Mission: non necessariamente arrivare, ma rendere ogni intercettazione un atto visibile. Ogni blocco in acque internazionali è una violazione documentata. Ogni attivista fermato è un testimone. In un momento in cui Gaza è sparita dai radar dell’informazione mondiale — oscurata dalla guerra che coinvolge Iran, Libano e le dinamiche del Golfo — la flottiglia è anzitutto un dispositivo di visibilità. Un promemoria che dura, che si muove, che occupa spazio fisico e spazio mediatico. Il silenzio è il primo nemico di chi resiste sotto assedio. E il mare è uno spazio difficile da chiudere del tutto.
