Desmond Morris è morto il 20 aprile all’età di 98 anni, lasciando in eredità un cambio di prospettiva che ancora oggi attraversa scienza, cultura e divulgazione. Zoologo, etologo e pittore nel tempo libero, Morris ha spostato lo sguardo: dall’uomo come misura di tutte le cose all’uomo come oggetto di studio, al pari degli altri animali.
Il suo libro più celebre, La scimmia nuda (1967), venduto in milioni di copie, nasceva da un’intuizione semplice e destabilizzante: osservare l’Homo sapiens con gli strumenti della zoologia. “Esistono 193 specie viventi di scimmie… l’eccezione è costituita da uno scimmione nudo che si è auto-chiamato Homo sapiens”, scriveva, smontando con ironia una presunta superiorità che la modernità aveva dato per acquisita.
L’uomo nello zoo
Il lavoro di Morris si colloca nel solco dell’etologia europea, accanto agli studi di Konrad Lorenz e Irenäus Eibl-Eibesfeldt, ma con un tratto distintivo: portare queste idee fuori dall’accademia. Dai programmi televisivi come Zoo Time ai libri divulgativi, il suo obiettivo è stato quello di rendere leggibili i comportamenti umani come esiti evolutivi.
Nel suo schema, gesti, rituali sociali, sessualità e persino l’organizzazione delle città diventano adattamenti. La nudità relativa dell’uomo, per esempio, viene collegata al bisogno di contatto fisico tra madre e neonato; la lunga dipendenza dei piccoli, alla neotenia, cioè al mantenimento di caratteristiche infantili per un periodo esteso. Da qui, sostiene Morris, discendono cooperazione, legami sociali e perfino alcune forme di aggressività.
Le polemiche e i limiti
Negli anni Sessanta e Settanta, molti considerarono le sue tesi riduzioniste: spiegare la complessità umana a partire dalla biologia appariva a tratti semplicistico. Il mondo religioso reagì al ridimensionamento del primato umano, mentre parte della comunità scientifica contestò la mancanza di prove empiriche solide.
Anche i movimenti femministi criticarono alcune interpretazioni legate ai ruoli di genere. Eppure, al netto dei limiti oggettivi figli del loro tempo, il contributo di Morris ha avuto un effetto duraturo: incrinare il dualismo rigido tra natura e cultura. Una scelta che oggi, tra neuroscienze, ecologia e studi comportamentali, appare ben radiata.
“Siamo animali, e non è un’offesa“
Morris non arretrò mai su un punto. “Definire animali gli esseri umani per me non è degradante“, rispondeva a chi lo accusava di svilire l’umanità. Al contrario, il suo lavoro invita a riconoscere una continuità biologica che può diventare anche responsabilità ecologica.
Guardare l’uomo come parte del mondo animale significa infatti ridimensionare quella “superbia di specie” che ha contribuito alla crisi ambientale. In questo senso, il suo pensiero dialoga con la sensibilità contemporanea: capire che non siamo fuori dagli ecosistemi, ma immersi in essi.
Tra arte e scienza
Morris è stato anche pittore surrealista, esponendo le sue opere accanto a Joan Miró e riflettendo sul legame tra creatività e biologia. Per lui arte e scienza erano strumenti diversi per indagare lo stesso enigma, quello del comportamento. Nel suo percorso convivono divulgazione televisiva, ricerca e produzione artistica. Una figura ibrida, oggi più attuale che mai, in un’epoca che richiede linguaggi capaci di connettere saperi.
Un’eredità scomoda
A distanza di quasi sessant’anni, La scimmia nuda resta un testo discusso, a tratti datato, ma ancora capace di porre una domanda essenziale: quanto di ciò che chiamiamo cultura è radicato in una storia biologica più antica? In tempi di crisi climatica e perdita di biodiversità, riconoscere la nostra continuità con il resto del vivente può cambiare il modo in cui abitiamo il Pianeta. Morris, con tutte le sue semplificazioni, ha aperto una breccia: riportarci nel mondo animale non per “ridurci”, ma per capire meglio chi siamo.
