La crisi idrica non cresce. Dilaga all’improvviso. Facendo evaporare in poche settimane il tesoro liquido da cui dipende la vivibilità delle città, la resa delle campagne, la produttività delle fabbriche, il sistema elettrico non basatosu sole, vento, geotermia. È una sorpresa? No, sono fenomeni previsti da decenni, descritti in migliaia di rapporti scientifici. A sorprenderci dovrebbe essere il fatto che la maggior parte dei governi (quello italiano in prima fila) si accorgano dei problemi climatici solo quando ci vanno a sbattere contro. Né un minuto prima né un minuto dopo: negli intervalli tra un disastro climatico e l’altro spendono i soldi pubblici per sostenere i combustibili fossili che dissestano il clima.
Se fossimo seri dovremmo discutere dei numeri del piano clima: della prevenzione, non dell’emergenza. Ma il piano clima del governo Meloni è un fantasma. Dunque discutiamo dei numeri della siccità, facendo finta che sia una sorpresa. Ecco quelli sintetizzati in questi giorni dall’Anbi (Associazione Nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue). Il primo giugno, al misuratore di Pontelagoscuro – il principale punto di monitoraggio del Po – la portata del fiume superava i mille metri cubi al secondo. Dieci giorni dopo era scesa sotto i 450. Poco dopo la metà del mese era a 300. In meno di tre settimane, il fiume più lungo d’Italia ha perso oltre due terzi della sua acqua.
Quattrocentocinquanta metri cubi al secondo è il valore minimo per garantire il funzionamento delle due barriere antisale posizionate sul Delta, sul Po di Tolle e sul Po di Donzella. Sotto quella quota, l’acqua marina risale nell’entroterra. E quindi lo sta facendo: già a metà giugno il cuneo salino si era spinto per dieci chilometri oltre la foce. Il Consorzio di bonifica Delta del Po ha dovuto chiudere alcune derivazioni irrigue, per evitare che l’acqua salata finisse nei campi.
Grondaie senza serbatoio
Non è una siccità stagionale. O almeno, non solo. È il segnale di un cambiamento strutturale nel modo in cui l’acqua si muove nel sistema idrico del Nord Italia.
Alex Vantini, presidente di Anbi Veneto, ha usato un’immagine efficace: i corsi d’acqua si stanno trasformando in “grondaie” che scaricano rapidamente la pioggia verso il mare. Una volta, a rallentare i flussi, ci pensavano i ghiacciai. Funzionavano come serbatoi naturali ad alta quota: accumulavano neve e ghiaccio in inverno, rilasciavano acqua lentamente durante l’estate, quando la domanda idrica è al picco.
Il valore degli ecosistemi naturali
Gli ambientalisti parlano spesso del valore degli ecosistemi naturali. A qualcuno sembrano parole astratte. Ma la concretezza emerge in tutta la sua evidenza quando uno di questi sistemi va in tilt. Questa volta tocca ai serbatoi di ghiaccio che stanno scomparendo. Le Alpi hanno perso negli ultimi decenni una parte consistente della loro massa glaciale. Quello che resta non è più sufficiente a compensare la variabilità delle precipitazioni. Così succede che giugno parta con piogge abbondanti – i primi dieci giorni del mese sono stati relativamente piovosi – ma quando smette di piovere, il fiume si svuota nel giro di pochi giorni.
Ovviamente la crisi del Po non è isolata. La stessa dinamica rischia di estendersi agli altri grandi fiumi veneti, a partire da Adige e Brenta. Per ora, in quei corsi d’acqua non si registra l’intrusione salina, ma il livello di guardia è alto. E la causa è la stessa: la carenza di manto nevoso in quota ha ridotto la disponibilità d’acqua nei mesi in cui normalmente il deflusso garantisce una riserva.
Se la situazione dovesse aggravarsi – e il picco di caldo previsto nei prossimi giorni non aiuterà – si valuterà l’introduzione di turni di irrigazione. Un sistema da emergenza, che nelle zone agricole del Nordest riporta alla memoria annate difficili come il 2022, quando il Po raggiunse livelli estremamente bassi.
Uno shock sistemico, non un’anomalia
Ciò che rende questa situazione diversa dalle siccità del passato non è solo la gravità – anche se la rapidità del calo del Po in dieci giorni è stata definita dagli esperti “straordinaria e preoccupante” – ma la natura strutturale del cambiamento. Non stiamo parlando di un evento eccezionale, di un anno anomalo. Stiamo parlando di un sistema idrico che si sta riconfigurando sotto la pressione della crisi climatica.
La natura, quando perde una risorsa accumulata in millenni – il ghiaccio delle Alpi – manda il conto in modo brutalmente semplice: meno acqua, più sale, meno cibo. Il misuratore di Pontelagoscuro è uno dei tanti strumenti che la scienza ha messo a disposizione per leggere in tempo reale quello che sta accadendo. Sarebbe il caso di iniziare ad ascoltarlo.
