Tra le molte immagini che arrivano da Gaza ce n’è una che riceve meno attenzione di quanto meriti: file di tende che si estendono lungo la costa mediorientale mentre il termometro continua a salire. Dentro quei ripari vivono centinaia di migliaia di persone prive di ventilazione adeguata, acqua sufficiente e protezioni dal sole. Così, l’estate aggiunge pressione a una popolazione già stremata da oltre due anni e mezzo di guerra, trasformando il clima in un fattore decisivo della crisi umanitaria.
L’estate dentro una tenda
La guerra ha lasciato dietro di sé macerie, sfollamenti e una crisi abitativa di dimensioni enormi. Secondo il Norwegian Refugee Council (NRC), che coordina lo Shelter Cluster in Palestina, circa 170 mila famiglie vivono oggi in tenda nella Striscia di Gaza: quasi un milione di persone. Altre 5 mila famiglie dormono all’aperto e 52 mila sono ospitate in strutture sovraffollate. A inizio giugno, circa 850 mila persone risultavano ancora prive di materiali essenziali per migliorare le condizioni dei propri rifugi.
Il dato più significativo riguarda forse proprio la natura dell’emergenza. Le organizzazioni umanitarie parlano infatti di una crisi degli alloggi generata dalla distruzione del patrimonio edilizio e dagli sfollamenti ripetuti, aggravata dalle difficoltà di accesso ai materiali necessari per costruire o riparare ripari di emergenza.
Secondo la valutazione congiunta elaborata da Nazioni Unite, Unione Europea e Banca Mondiale, già nell’ottobre 2025 il 76,6% delle unità abitative della Striscia risultava distrutto o danneggiato: oltre 371 mila abitazioni colpite su circa 485 mila.
Il clima entra nella crisi
Con l’arrivo dell’estate, una situazione già drammatica assume una nuova dimensione. Il Centro climatico della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa stima che le temperature medie diurne nella stagione più calda raggiungano i 34,5 gradi, mentre gli episodi oltre i 35 gradi sono destinati ad aumentare.
Per chi vive in una casa, il caldo rappresenta un disagio. Per chi vive in una tenda può trasformarsi in un rischio sanitario.
“Semplici accorgimenti come ombreggiatura, ventilazione e miglioramenti strutturali di base possono ridurre significativamente i rischi e migliorare le condizioni di vita”, ha spiegato Jehan Salim, coordinatrice del progetto Shelter Cluster. Interventi minimi che, secondo l’organizzazione, oggi risultano difficili da realizzare per la scarsità di materiali disponibili.
Le conseguenze ricadono soprattutto sulle fasce più vulnerabili della popolazione. Bambini, anziani e persone affette da patologie croniche sono maggiormente esposti a stress termico, disidratazione e problemi respiratori. Nei campi più affollati si aggiungono poi questioni legate all’igiene, alla privacy e alla sicurezza, in particolare per donne e ragazze.
La spiaggia come rifugio
In questi giorni una parte crescente della popolazione cerca sollievo lungo la costa mediterranea. Un reportage pubblicato da Reuters racconta una scena che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa paradossale: famiglie che abbandonano le tende soffocanti per trascorrere ore in mare, pur sapendo che quelle acque sono contaminate.
“L’unico sbocco nella Striscia di Gaza, da nord a sud, è il mare”, racconta a Reuters Wadie al-Ras, palestinese sfollato di 36 anni. Le tende, aggiunge, sono diventate “una tortura”.
Il collasso delle infrastrutture idriche e fognarie ha compromesso la qualità delle acque costiere. “L’acqua di mare non è pulita. Contiene liquami ed è piena di sporcizia“, spiega un altro sfollato, Shehab al-Suwaireki. Eppure migliaia di persone continuano a utilizzarla per lavarsi, rinfrescarsi e perfino per fare il bucato.
Secondo Husni Muhanna, portavoce del comune di Gaza, molte pompe idriche e impianti di trattamento delle acque hanno cessato di funzionare o hanno subito gravi danni durante il conflitto. Il risultato è una popolazione costretta a scegliere tra il caldo soffocante delle tende e il rischio sanitario rappresentato da un mare inquinato.
Un’emergenza che parla anche di ambiente
Le immagini delle tende sotto il sole raccontano qualcosa che spesso sfugge nelle cronache di guerra: il ruolo dell’ambiente nelle crisi umanitarie contemporanee. Acqua, ombra, ventilazione, qualità dell’aria e gestione dei rifiuti diventano elementi decisivi tanto quanto il cibo o l’assistenza sanitaria.
L’estate 2026 sta mostrando con particolare evidenza quanto la vulnerabilità climatica possa amplificare gli effetti di una guerra. In una Striscia dove milioni di metri quadrati di edifici sono stati distrutti e gran parte delle infrastrutture essenziali risulta compromessa, il sole è diventato uno dei protagonisti della crisi.
