Negli ultimi anni, l’Europa è entrata in un nuovo regime climatico, non paragonabile a quello che ha scandito la storia continentale degli ultimi tre-quattro decenni. I dati Copernicus mostrano che il continente europeo è diventato l’hotspot del riscaldamento globale: dal 1991, la temperatura media aumenta di 0,56 °C per decennio, più del doppio della media planetaria, ferma a 0,27 °C. Rispetto all’era preindustriale, l’Europa ha già superato i 2,5 °C di riscaldamento.
Inoltre il 2024 e il 2025 hanno temporaneamente superato la soglia globale di 1,5 °C e il 2026 si è aperto con un’ondata di calore che ha portato temperature di 14–18 °C sopra la media stagionale, con 44,3 °C registrati in Francia, 42,7 °C in Spagna e Portogallo, quasi 38 °C nel Regno Unito. Non si tratta più di anomalie: sono la nuova normalità.

L’impatto letale degli eventi estremi
Il cambiamento climatico non si manifesta solo attraverso l’aumento delle temperature, ma attraverso la frequenza, la durata e l’intensità degli eventi estremi. Le ondate di calore sono diventate più lunghe, più precoci, più persistenti. Le città europee sperimentano sempre più spesso le cosiddette “notti tropicali”, in cui la temperatura non scende sotto i 20–25 °C, impedendo il recupero fisiologico. L’atmosfera più calda trattiene più umidità, aumentando la temperatura di bulbo umido (Twb), che misura la capacità dell’aria di assorbire il sudore. A 35 °C Twb il corpo umano non riesce più a raffreddarsi: anche un individuo sano, all’ombra e ben idratato, entra in una zona di rischio letale in poche ore.
Il Lancet Countdown 2026 quantifica con precisione questa accelerazione. Nel solo triennio 2022–2024, in dettaglio, si sono registrati 160.000 morti premature in Europa attribuibili al caldo. L’Italia è stabilmente il Paese europeo con il maggior numero assoluto di decessi: 19.000 morti nel 2024. Nell’ultimo decennio, l’esposizione alle ondate di calore è aumentata del 254% e la mortalità attribuibile al caldo è cresciuta di 52 morti per milione di abitanti all’anno.
Il 99,6% delle regioni europee monitorate ha visto aumentare la mortalità da caldo e le allerte giornaliere per caldo estremo sono aumentate del 318% rispetto agli anni Novanta. L’Agenzia europea per l’ambiente ha definito le ondate di calore la principale minaccia per la salute pubblica in Europa nei prossimi anni e la Pan‑European Commission on Climate and Health ha dichiarato il cambiamento climatico una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità sociale.
Il Piano d’Azione “Caldo – Salute” dell’Organizzazione Mondiale della Sanità
In questo scenario, pertanto, l’OMS ha pubblicato la nuova guida “Heat–health action plans“, che punta a un obiettivo radicale: zero morti da calore. La guida riconosce che la crisi climatica si intreccia con l’urbanizzazione e l’invecchiamento: oggi il 75% degli europei vive in città, saranno oltre l’80% nel 2050, e gli over 65 triplicheranno. Le città, con la loro morfologia densa, le superfici scure, la scarsa ventilazione, la mancanza di vegetazione, amplificano il caldo attraverso l’effetto isola di calore, mantenendo temperature elevate anche di notte.
La prestazione termica degli edifici diventa dunque un fattore determinante per la salute. La guida OMS insiste, dunque, sulla necessità di raffreddare non solo gli appartamenti, ma i quartieri: alberi, parchi, specchi d’acqua, tetti riflettenti, ventilazione naturale, materiali chiari, infrastrutture verdi e blu.
I nodi della crisi energetica italiana
Il caldo estremo non è solo una crisi sanitaria: è una crisi energetica. I blackout, durante un’ondata di calore, diventano un rischio sanitario diretto: tolgono raffrescamento, interrompono la refrigerazione dei farmaci, bloccano i servizi essenziali esattamente quando servono di più. Il 23 giugno 2026 scorso, anche per l’uso esorbitante dei condizionatori, Terna ha registrato un picco di 55 GW di domanda giornaliera, +4,4% in una settimana. Non è mancata, però, l’energia: è mancata la capacità della rete di distribuirla.
Le reti di media e bassa tensione, progettate per il secolo scorso, non reggono carichi intensi e diffusi concentrati nelle stesse ore. I cavi sotterranei, intrappolati sotto asfalto rovente, non dissipano calore. Le cabine secondarie cedono. Il collo di bottiglia è l’ultimo miglio.
La generazione distribuita spinge energia in entrambe le direzioni, aumentando la complessità. La crisi energetica, ne consegue, non è solo una crisi di domanda: è una crisi di gestione. L’over‑generation nelle ore centrali della giornata porta i prezzi dell’elettricità a zero o sotto zero. La cannibalizzazione delle rinnovabili riduce i ricavi degli operatori, genera costi di curtailment e destabilizza il mercato. La produzione non è più il problema: lo è la gestione. La simultaneità dei carichi crea picchi che la rete non può sostenere. Il problema non è quanta energia si consuma, ma quanta potenza viene richiesta nello stesso momento.
Gli accumuli sono decisivi
In questo quadro, gli accumuli diventano decisivi. Senza accumuli elettrici e termici, l’over‑generation non può essere assorbita. Senza accumuli, la rete resta esposta ai picchi e ai blackout. Senza accumuli, la flessibilità resta un concetto astratto. La flessibilità, come sottolinea Aurore Dudka, non è, però, solo una questione tecnica: è una questione sociale. I segnali di prezzo non bastano a modificare i comportamenti. La flessibilità non può essere lasciata alle logiche di mercato: deve essere costruita attraverso comunità, cooperative, relazioni di fiducia. La gestione della domanda non è solo spostare consumi: è costruire cultura energetica, partecipazione, senso di appartenenza.
Il professor Livio De Santoli, oggi all’Arera, lo dice con chiarezza: senza flessibilità, l’elettrificazione diventa essa stessa un elemento di rigidità. Senza accumuli, la rete diventa vittima della sua stessa modernizzazione. Senza gestione attiva della domanda, la transizione energetica produce instabilità invece che sicurezza. Senza una trasformazione strutturale delle reti, la produzione rinnovabile non può essere valorizzata. Senza una trasformazione culturale, la flessibilità non può essere esercitata.
Tre forme della crisi
La crisi climatica, la crisi energetica e la crisi infrastrutturale sono la stessa crisi che si manifesta in tre forme diverse. Il caldo estremo uccide perché la rete cede. La rete cede perché la domanda esplode. La domanda esplode perché il clima cambia. La produzione rinnovabile viene sprecata perché la rete è rigida. La rete è rigida perché non è stata progettata per il clima attuale. La flessibilità non funziona perché non è stata costruita come processo sociale. La gestione della domanda non funziona perché non è stata costruita come bene comune.
La transizione energetica dunque non può essere pensata come un cambiamento delle fonti, ma come un cambiamento delle infrastrutture, delle città, dei comportamenti, delle relazioni sociali. Non può essere pensata come un processo tecnico, ma come un processo sistemico.
La soluzione sistemica per una decarbonizzazione pragmatica
La risposta deve essere una rivisitazione strutturale, dinamica, adattiva del sistema urbano. Le città devono essere ripensate come ecosistemi energetici e climatici, in cui la pianificazione urbanistica, la pianificazione energetica, il welfare, le infrastrutture e le soluzioni basate sulla natura non siano compartimenti stagni, ma parti di un unico metabolismo. Le città devono diventare sistemi flessibili, capaci di assorbire shock climatici ed energetici, di redistribuire carichi, di proteggere i vulnerabili, di gestire la domanda, di valorizzare la produzione rinnovabile, di raffreddare gli spazi pubblici, di ventilare gli edifici, di integrare verde e acqua, di costruire comunità energetiche che non siano solo tecnologie, ma istituzioni sociali.
La crisi che stiamo vivendo, concludendo, non è solo una crisi: è un’opportunità. È l’occasione per ripensare il sistema energetico, il sistema urbano, il sistema sanitario, il sistema sociale. È l’occasione per costruire reti più resilienti, città più fresche, edifici più ventilati, comunità più partecipative, infrastrutture più flessibili. È l’occasione per costruire un sistema che non sia più vittima della sua rigidità, ma capace di adattarsi, di proteggere, di includere. È l’occasione per costruire un Paese che sia finalmente all’altezza del clima in cui viviamo.
