13 Luglio 2026
/ 13.07.2026

Sotto la sabbia, il viaggio delle tartarughe verso il mare

Nel Cilento, a pochi centimetri di profondità, nascono nuove generazioni di Caretta caretta. Il progetto LIFE Turtlenest monitora i nidi grazie al lavoro di volontari, droni e cani addestrati, mentre le spiagge imparano, timidamente, a fare spazio al buio necessario per trovare il mare

A Ripe Rosse, nel Cilento, un piccolo perimetro di paletti e rete segna il punto in cui, sotto pochi centimetri di sabbia, una femmina di Caretta carettala specie di tartaruga più diffusa nel Mediterraneo – ha deposto un centinaio di uova qualche settimana prima. Poco più in là ce ne sono altri due, ciascuno con un cartello che riporta una data e un numero identificativo. Non c’è nulla da vedere, in senso stretto: sabbia, un recinto leggero, il caldo implacabile di luglio. Eppure, quella distesa che sembra vuota nasconde una vita che, ostinata, continua sotto la superficie, spesso indifferente a chi le cammina sopra.

È un paesaggio che richiede di imparare a leggere segni quasi invisibili, come una traccia lasciata nella notte. È su questi dettagli che si gioca oggi una parte della conservazione della specie.

Negli ultimi anni il Cilento è diventato una delle aree più importanti del Mediterraneo occidentale per la nidificazione della Caretta caretta. In Italia i nidi censiti sono passati da 443 nel 2023 a oltre 700 nel 2025, con deposizioni che ormai arrivano fino alla Liguria. È uno dei segnali di un Mediterraneo che cambia: il mare si scalda, le tartarughe modificano le proprie rotte e nuove spiagge diventano luoghi di nidificazione.

A coordinare il lavoro è LIFE Turtlenest, un progetto europeo guidato da Legambiente insieme a ricercatori, enti pubblici e volontari che, lungo quasi ottomila chilometri di coste tra Italia, Francia e Spagna, cercano di aumentare le possibilità che una tartaruga trovi ancora la strada verso il mare.

Sandra Hochscheid e la parola resilienza

A raccontarmi l’anima più scientifica del progetto è Sandra Hochscheid, coordinatrice del Centro Ricerche Tartarughe Marine Turtle Point della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Studia le tartarughe marine da quasi trent’anni. Da bambina si immergeva nei documentari di Jacques Cousteau e sognava di fare la veterinaria. All’epoca, però, qualcuno le disse che non era un mestiere per donne. Ha scelto un’altra strada e non l’ha più lasciata.

Alla domanda su cosa continui a sorprenderla di questi animali non esita nemmeno un secondo. “L’enorme capacità di adattarsi all’ambiente. Quando penso alle tartarughe penso a resilienza”.

È una parola che ritorna spesso durante la conversazione. Serve anche a spiegare ciò che sta accadendo oggi nel Mediterraneo. Hochscheid usa un termine tecnico, “philopatry relaxation“: in altre parole, le femmine sembrano essere diventate meno rigide nello scegliere la spiaggia dove deporre, allontanandosi più facilmente da quella in cui sono nate. È un comportamento che potrebbe spiegare perché la specie stia colonizzando nuove coste.

Uno studio pubblicato su Nature, basato sulle analisi genetiche dei nidi rinvenuti sulle coste spagnole tra il 2016 e il 2019, suggerisce che queste nuove nidificazioni non appartengano a popolazioni locali, ma a femmine provenienti dall’Atlantico o dal Mediterraneo orientale.

Le conseguenze del cambiamento climatico

Sandra Hochscheid  è invece più prudente quando si parla delle conseguenze del cambiamento climatico. Temperature più elevate favoriscono la nascita di femmine, alterando il rapporto tra i sessi. “Se l’equilibrio viene spostato verso le femmine, certo che può essere un problema. Ma nessuno ha mai studiato un processo di colonizzazione in atto. Non possiamo prevedere cosa succederà“.

Tra le linee di ricerca aperte quest’anno c’è anche l’analisi delle uova che non si schiudono, per capire se il problema riguardi la fecondazione oppure lo sviluppo dell’embrione.

Ogni mattina, racconta Hochscheid, il lavoro comincia prima dell’alba. Entro le sei i volontari percorrono le spiagge alla ricerca delle tracce lasciate dalle femmine durante la notte, prima che il vento o il passaggio delle persone le cancellino. Oggi il monitoraggio a piedi è affiancato anche dai droni, che permettono di coprire tratti di costa molto più rapidamente.

Quando un nido viene individuato, il team decide se lasciarlo dov’è oppure trasferirlo in una “hatchery”, un’area protetta utilizzata quando la spiaggia è troppo esposta al passaggio dei mezzi, all’illuminazione artificiale o ai predatori. Nella sabbia viene inserito anche un datalogger che registra la temperatura e consente di stimare la schiusa con un margine di circa due giorni.

Il tasso di successo è intorno al 75%, in linea con il resto del Mediterraneo. Ogni femmina depone mediamente un centinaio di uova per nido e può tornare sulla stessa costa ogni undici-quattordici giorni, fino a cinque volte nella stessa stagione.

Il naso dei Tartadog

Tra le innovazioni di LIFE Turtlenest ci sono i Tartadog, unità cinofile addestrate per individuare i nidi nascosti sotto la sabbia. Dopo la deposizione, infatti, vento e passaggio delle persone cancellano rapidamente le tracce lasciate dalla femmina. Quando questo accade, il fiuto dei cani può fare la differenza.

All’alba, durante una dimostrazione sulla spiaggia, Brum Brum, una infaticabile ed entusiasta Springer Spaniel di due anni, avanza con il naso incollato alla sabbia. Indossa una mascherina trasparente per proteggere gli occhi mentre lavora. Va veloce, si ferma, riparte. Poi, all’improvviso, si immobilizza. È il segnale. Sotto quel punto potrebbe esserci un nido.

Tartledog Brum Brum

“Il cane è un supporto al monitoraggio svolto dai volontari e dai mezzi tecnologici”, spiega Serena Donnini, addestratrice dell”Ente Nazionale della Cinofilia italiana. “L’addestramento è lungo, perché lavoriamo su odori sepolti”.

L’obiettivo è intervenire quando gli indizi visibili sono ormai scomparsi. Le unità cinofile del progetto, distribuite tra Nord, Centro e Sud Italia, possono raggiungere qualsiasi segnalazione nell’arco di quarantotto ore.

Turtledog Rebi

La storia di Chiara Comes segue un percorso simile. Ha trentadue anni, vive a Bari e quest’anno è entrata nel progetto assieme alla sua labrador, Rebi, di due anni e mezzo. L’aveva scelta, racconta, “semplicemente per fare sport”, prima di scoprire che quel cane aveva un talento particolare.

Anche Rebi segnala il ritrovamento fermandosi di colpo. Gli addestratori chiamano questo comportamento “freezing”: il cane individua l’odore e resta perfettamente immobile. “È fondamentale che la segnalazione sia passiva. Il cane non deve mai entrare in contatto con le uova”.

Per Chiara questo lavoro si aggiunge all’attività quotidiana in un centro cinofilo. Le chiedo cosa la spinga a dedicare tempo libero e fine settimana a questa esperienza. Sorride. “Vedo che lei si diverte, io mi diverto. Alla fine è un gioco”.

In realtà è molto di più. Se un nido viene individuato in tempo, può essere protetto da un recinto o, nei casi più delicati, trasferito in sicurezza. È uno di quei lavori che il visitatore difficilmente nota, ma che può fare la differenza tra una schiusa riuscita e una covata perduta.

Camminare al buio

La sera, ad Ascea Marina, dopo aver cercato ciò che è nascosto sotto la sabbia, il progetto si concentra sulla luce artificiale.

Per una tartaruga appena nata, la direzione del mare non è scontata. I piccoli emergono generalmente di notte e si orientano seguendo il chiarore naturale dell’orizzonte. Una strada illuminata, un lampione troppo vicino o una luce bianca puntata sulla spiaggia possono confonderli e spingerli nella direzione sbagliata. Con l’esito che tutti noi possiamo immaginare.

È qui che entra il lavoro di Chiara Carucci, lighting designer, che ha progettato insieme al Comune di Ascea il nuovo sistema di illuminazione costiera.

Qualche anno fa un sondaggio condotto tra i turisti del litorale campano aveva mostrato quanto fosse diventato raro fare esperienza del buio naturale. Carucci lo definisce una forma di amnesia ambientale: ci si abitua a vivere sempre circondati dalla luce e si finisce per dimenticare che anche il buio è una componente dell’ambiente.

Per questo i nuovi lampioni sono più bassi, tra i tre e i quattro metri invece dei sette precedenti, e utilizzano una luce più calda e una resa cromatica più fedele a quella naturale.

L’intervento, donato dal progetto LIFE Turtlenest al Comune di Ascea con una convenzione quinquennale per la manutenzione, comprende 82 punti luce, alti 50 centimetri, lungo il percorso pedonale accanto alla pista ciclabile del Parco Nazionale del Cilento. Al lido Bahia il cambiamento si vede immediatamente. La parte già adeguata utilizza una luce diffusa e orizzontale, sufficiente a illuminare il percorso senza creare abbagliamento.

Una spiaggia che impara a cambiare

La protezione delle tartarughe dipende anche dalle amministrazioni locali e da nuove abitudini. Sono oltre 130 i Comuni che hanno aderito al protocollo “Comuni Amici delle Tartarughe” promosso da Legambiente. Più di 4.000 bagnini sono stati formati in poco più di due anni per riconoscere le tracce lasciate dalle femmine sulla spiaggia e segnalare eventuali nidificazioni.

Tra loro c’è Stefano Sansone, sindaco di Ascea Marina e presidente della Comunità del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. Il territorio che rappresenta comprende ottanta comuni sotto un’unica regia e negli ultimi anni ha iniziato a ripensare anche il modo in cui vengono gestite le spiagge. Uno degli interventi riguarda la pulizia degli arenili: presto quella meccanica sarà sospesa a favore di quella manuale. “La nostra spiaggia forse ritornerà come era cinquant’anni fa”. È una frase che contiene una certa idea di futuro: recuperare alcune condizioni che permettevano alla natura di trovare ancora spazio.

Tutto il lavoro visto in questi due giorni – dal monitoraggio all’alba al volo dei droni, dai cani ai datalogger, dalle luci ripensate agli accordi con i Comuni – serve a proteggere un istinto antichissimo: quello che, al momento della schiusa, conduce i piccoli in una sola direzione. Il mare.

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